Alternativa Natzionale: le posizioni di Ruggiu e Sabino

Nella foto Alessandra Ruggiu e Cristiano Sabino, i delegati del Fronte Indipendentista Unidu per la Mesa Natzionale.

Con la conferenza stampa dello scorso 15 ottobre al T-Hotel di Cagliari si cambia rotta annunciando un “nuovo percorso politico basato sulla costruzione di una innovativa comunità politica civico-indipendentista”. La redazione di Pesa Sardigna ha deciso di dare mandato alla scrittrice  Daniela Piras di realizzare una serie di interviste ai portavoce di tutti i movimenti politici che si dichiarano favorevoli all’indipendenza, per meglio capire le ragioni di chi ha aderito e di chi non ha aderito al progetto dell’ “Alternativa Nazionale”, cioè a quello che attualmente è l’unico progetto alternativo al sistema politico coloniale italiano. Ecco la terza intervista ai delegati FIU alla Mesa Natzionale, Alessandra Ruggiu e Cristiano Sabino.

  1. Come Fronte Indipendentista Unidu siete tra i promotori del progetto presentato a Cagliari questo ottobre, puoi spiegare in cosa è consistito il processo che vi ha portato a proporlo?
(Cristiano Sabino):

Il Fronte è nato per garantire una presenza indipendentista coerente alle scorse elezioni regionali. Tutto è iniziato dalla chiamata di A Manca pro s’Indipendentzia, che ha avuto il merito di dare spazio all’indipendentismo diffuso dimostrando che il bisogno di un indipendentismo combattivo, coerente e unitario è più vitale di quanto le segreterie dei movimenti indipendentisti non erano disposte ad ammettere.
Dopo le Regionali una parte di chi aveva contribuito a costruire l’esperienza del Fronte ha preferito percorrere altre strade con altri intenti, dichiarando fallita quell’esperienza.
Ma la necessità unitaria che l’aveva fatto nascere restava ed è per questo che il Fronte è rimasto in piedi e ha proseguito nei lavori e nel dialogo con le altre realtà. Infatti nel frattempo anche altri soggetti politici avevano maturato esigenze affini e così sono iniziati i contatti. Per esempio il partito indipendentista ProgReS aveva elaborato una linea politica congressuale affine a quella del Fronte e cioè favorevole ad un processo di riaggregazione delle forze fondate sull’autodeterminazione. È stata questa mutata condizione della scena politica che ci ha portato a chiedere di entrare nella coalizione Sardegna Possibile che, secondo le nostre valutazioni di allora, poteva rappresentare un contesto democratico e plurale utile al rilancio di una piattaforma di alternativa nazionale comune. Sardegna Possibile non ha continuato il suo cammino, ma in compenso diverse forze che la componevano hanno dato vita ad un progetto inclusivo e democratico e soprattutto nato con lo scopo dichiarato di avviare un processo politico nuovo, non meramente elettorale. Siamo ancora agli inizi ma le iniziative congiunte e sinergiche sulla sanità, sulla riforma dello statuto e le pratiche democratiche e partecipative condivise, hanno dimostrato che c’è buona sostanza nel cuore di questo progetto. La necessità fondamentale del progetto “Pro s’alternativa nazionale” è aprire un dibattito a 360° per trovare linee comuni d’intervento, intercettando la partecipazione di quanti più sardi e sarde vogliano costruire un’alternativa politica per questa nazione.

  1. Voi siete due dei protagonisti della Convergenza indipendentista proposta nel 2011 da A Manca pro s’Indipendentzia. In cosa si differenzia rispetto all’attuale progetto?
(Alessandra Ruggiu):

Il processo della Convergenza è stato straordinariamente importante. Prima di essa il movimento indipendentista non si era mai seduto ad un tavolo cercando i punti, i paletti fondamentali dell’essenza della politica indipendentista. Non si era sino a quel momento mai cercato l’orizzonte in comune, ma solo elementi di divisione. Per definire la propria purezza ci si divideva su questioni a carattere puramente ideologico o personalistiche. Con il progetto della “Convergenza” per un anno le organizzazioni indipendentiste, che avevano ritenuto necessario un ragionamento nazionale comune, si sono confrontate sino al raggiungimento della stesura congiunta della Carta di Convergenza.
Questa esperienza ha rappresentato un giro di boa importantissimo che ha permesso all’indipendentismo di maturare. Delimitare il campo nazionale d’azione comune ha permesso a tutto il movimento organizzato e non organizzato di affinare le categorie d’analisi per procedere nella definizione sia delle tattiche di soggetti individuali, sia nella pratica congiunta tra indipendentisti che da quel momento in poi è cresciuta.
Ha permesso di comprendere che la strada per l’unità nazionale era ormai tracciata e che i personalismi e i carrierismi individuali andavano arginati con la forza di un progetto e di un orizzonte comune ed in nome di obiettivi collettivi fondamentali. Ha chiarito e sancito che gli interessi nazionali dei sardi non possono essere difesi o propugnati dalle forze italiane e italianiste e tantomeno dai collaborazionisti ed unionisti sardi.

Si è compreso che senza unità nazionale non si può competere con le forze colonialiste, o si trova un’intesa o si soccombe. La nostra unica forza è l’unità. Se siamo uniti possiamo conquistare terreno, far valere le nostre ragioni, conquistare la fiducia delle persone e un domani costruire davvero il nostro libero stato. Altrimenti saremo solo perline da infilare nella collana dell’invasore. La Convergenza all’epoca si è arenata perché alla fine prevalsero le forze centrifughe e l’avvicinarsi delle elezioni, prima amministrative e poi regionali, favorì una nuova pazza corsa all’egemonismo. Intanto però la strada era tracciata e come spesso accade le idee nuove faticano prima di affermarsi come tendenze dominanti della storia. Idee che per essere riconosciute devono prima essere disconosciute, ma al vaglio della loro necessità pratica quelle idee hanno trovato forza per emergere da diversi percorsi, determinandosi come esigenza e tendenza trasversale al movimento indipendentista e nazionalista coerente, cercando un’attualizzazione e una sua concretizzazione.

Il percorso attuale di costruzione di alternativa nazionale ha ripreso il capitale politico maturato con la convergenza e l’ha ampliato aprendo le porte ai civici e alla società civile, facendo del dibattito e della diffusione di quei principi uno dei punti focali della sua azione. Senza l’esperienza della Convergenza non sarebbe stata possibile l’esperienza del Fronte alle scorse regionali e non sarebbe possibile oggi la costruzione di una comunità possibile civico-indipendentista nazionale alternativa al blocco dei partiti italiani e dei loro portatori di borsa sardi.

  1. Il FIU è nato come un progetto che auspicava di unire i movimenti indipendentisti che volevano presentarsi alle elezioni regionali del 2014 fuori dalle coalizioni italianiste. A distanza di due anni, credi che lo scopo del FIU sia stato raggiunto, almeno in parte?
(Cristiano Sabino):

Lo scopo del Fronte è sempre stato quello di salvare l’indipendentismo da due minacce gravissime apparentemente antitetiche ma in realtà complementari: il “collaborazionismo” e l’“isolazionismo”. Nonostante le apparenze si tratta infatti di due deviazioni legate a filo doppio tra loro, in buona sostanza di due facce della stessa medaglia. Facciamo un esempio. All’inizio del Duemila il movimento indipendentista iRS ha avuto una linea chiara sulla non alleanza con i partiti italiani (quindi una linea non collaborazionista). Il loro slogan preferito era: “i partiti italiani? Lasciamoli perdere”. iRS si proponeva come alternativa totale al sistema centralista e incarnava un modello positivo di indipendentismo attivo, attento alle questioni economiche, ambientali e al mondo della cultura. iRS però ha sempre rifiutato qualunque confronto con il resto dell’indipendentismo perché aveva mire egemoniche e sognava di “fare come in Scozia” dove uno dei tanti partiti dell’area indipendentista ha prevalso e rappresentato tutte le istanze di emancipazione nazionale (quindi una linea isolazionista). Questa pia illusione si è infranta con la realtà, iRS alla fine si è spaccata praticamente in tre tronconi, due dei quali sono finiti a fare comunella con il PD. In estrema sintesi il “non collaborazionismo isolazionista” di iRS si è trasformato ben presto in “collaborazionismo” portando all’eutanasia lo stesso movimento. Il Fronte nasce per proporre una linea esattamente opposta a quella di IRS, vale a dire unificare tutte le forze dell’autodeterminazione in un fronte comune da contrapporre al sistema dei partiti e dei movimenti italiani, compresi i cosiddetti movimenti “antisistema”. Il Fronte per ora è riuscito a realizzare due importanti tappe di questo percorso: garantire una presenza indipendentista coerente alle scorse elezioni regionali e contribuire ad avviare, nel dopo elezioni, un percorso centripeto di aggregazione degli indipendentisti in un progetto politico comune.

Ma ancora il nostro lavoro non è finito. Lo scopo del Fronte sarà raggiunto quando saranno sconfitti i principali avversari di questa strategia. È necessario liquidare la linea politica sia di chi continua a pensare di poter fare da solo e di mettere il proprio cappello egemonico sull’indipendentismo, rendendo la lotta nazionale una lotta personale e personalistica, sia di chi ancora oggi, dopo tutti i disastri accumulati negli anni, continua a credere che alleandosi con i partiti italiani si possano ottenere risultati importanti. La storia insegna che gli “isolazionisti” prima o dopo diventano “collaborazionisti” perché cercano uno sbocco politico. Per il bene della libertà del nostro popolo queste due posizioni vanno smantellate senza falsi moralismi. Si può discutere, confrontarsi e aspettare che le cose maturino, ma alla fine i nemici dell’unità e della convergenza sono e saranno anche i nemici della liberazione nazionale e come tali andranno trattati! Solo quando queste due posizioni saranno state liquidate definitivamente il compito del Fronte potrà dirsi esaurito.

  1. Il Fronte Indipendentista Unidu ha espresso una posizione chiara a favore del NO nel Referendum Costituzionale del 4 dicembre, il risultato ottenuto in Sardegna, che valenza ha avuto per gli indipendentisti? Pensi che il tema della riscrittura dello statuto, anche a fronte della vittoria del No, possa oggi rappresentare un elemento valido a creare una base di convergenza nazionale?
(Alessandra Ruggiu):

Una decina di anni fa tutti parlavano della necessità di riformare lo Statuto Autonomistico. Addirittura si era aperto un dibattito sulla “fine dell’autonomia” e sull’inizio della fase “sovranista”. A questo dibattito avevano preso parte in molti, compresi diversi esponenti del centrosinistra e del centrodestra italiano. Questo è stato uno dei fattori che ha portato una parte dell’indipendentismo a pensare che il campo italianista fosse stato contaminato positivamente dal dibattito politico indipendentista, portando la classe dirigente dei partiti italiani sul nostro terreno, sull’affermazione dei nostri interessi. Il risultato è stato chiaramente un altro. Di quel dibattito e di tutte quelle belle proposte non è rimasto nulla, perché i vari riformatori “sovranisti” – a partire dal signor Soru, corteggiatissimo nel mondo indipendentista – appena hanno squillato le trombe delle proprie segreterie romane, sono rientrati nei ranghi a testa china e coda fra le gambe, abbandonando di fatto l’argomento.

La riforma della Statuto deve essere una grande battaglia di una coalizione fondata su un’idea forte di autodeterminazione la quale non può che essere diretta dalle forze indipendentiste. È il terreno di scontro dove si chiariscono le posizioni opportuniste che hanno come obiettivo quello di gettare fumo negli occhi ai sardi, vantando la difesa di una specificità non meglio definita e non della nostra nazionalità. È la difesa dall’attacco centralizzatore dello stato che nega la possibilità di decidere in qualsivoglia materia, riducendo così le possibilità di una pratica virtuosa di determinazione della nostra nazione.

Ed è sempre in questo senso che bisogna considerare la battaglia per il no al referendum costituzionale e la dichiarazione di voto dei sardi. Il no degli indipendentisti è stato un no al neocentralismo in difesa dello Statuto, non perché esso sia efficace realmente, bensì perché nel sentire diffuso del popolo sardo si tratta di un diritto fondamentale.
Per questo il “No” portava in sé stesso un sì all’apertura del dibattito, ed è con questo spirito che come Fronte abbiamo partecipato di buon grado al convegno dello scorso 11 febbraio a Sassari.
Dibattere sul rapporto fra la Sardegna e l’Italia significa analizzare il rapporto fondato sullo scontro di interessi fra queste due entità. A noi interessa un percorso che faccia emergere le ragioni profonde di questo scontro e il terreno dove ciò deve svolgersi è appunto lo Statuto che altro non è che una sorta di trattato di pace tra due campi potenzialmente ostili e nemici: lo stato italiano e il popolo sardo. Ecco perché dobbiamo fare saltare quel tavolo e dobbiamo alzare la posta su cui intendiamo rinegoziare il nostro “stare in Italia”, a partire dal fatto che appunto “stare in Italia” è frutto di una mediazione e non il corso naturale degli eventi storici, come gli storiografi italiani hanno cercato di farci credere. Sappiamo benissimo che né l’Italia né le forze politiche che in Sardegna ne fanno le veci e ne rappresentano gli interessi, avranno alcuna intenzione di mettere in discussione la subalternità della Sardegna.

In qualunque percorso di ricerca di emancipazione si parte dalla negazione e dalla necessità che questa negazione venga superata. Discutere di quali siano oggi i diritti dei sardi dà l’opportunità di poter comprendere sia la condizione di assoggettamento reale in cui viviamo, sia di prendere coscienza della necessità storica che i nostri diritti siano fatti valere. Serve a far prendere coscienza sia del fatto che i diritti presenti nello Statuto non sono mai stati fatti valere, sia che nello Statuto mancano molti diritti fondamentali che vanno conquistati con un’ampia mobilitazione di popolo. Questo dibattito è volto quindi all’affermazione dei diritti che una volta acquisiti, non enunciati, saranno la base della futura carta costituzionale sarda. È per questo che bisogna mobilitare la coscienza dei sardi, perché essa sia in futuro la base della costruzione dello stato sardo.

La posizione di chi teme di impugnare questa “nulla carta”, che è lo statuto, frena lo sviluppo del movimento di liberazione nazionale. Dallo scontro dialettico sullo statuto sarà possibile far emergere la capacità propositiva e decisionale dell’area nazionale. È questo il nucleo del dibattito politico futuro. Ed è questo anche il nucleo di una grande alleanza che avrà il suo pilastro fondamentale nelle idee dell’autodeterminazione, dell’autogoverno e dell’autodecisione che sono i diritti inalienabili di ogni popolo libero nel mondo.

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Intervista a Bustianu Cumpostu:
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