Intervista ad Alberto Masala poeta e scrittore.


Intervista ad Alberto Masala poeta e scrittore.

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Alberto Masala, il nome del nostro blog si rifà a una famosa frase di un suo testo. https://www.youtube.com/watch?v=y2_GF62lOmA

  • Alberto Masala, sardo di nascita, bolognese di adozione, per tutta la vita cittadino del mondo. Emigrante, immigrato o migrante? La nostalgia è un sentimento che ti appartiene?

Sono sardo. E lo sono rimasto nonostante sia distante da più di quarant’anni. Ma tu dici bene: cittadino del mondo. E lo ero anche quando stavo in Sardegna. Infatti, la curiosità e la voglia di conoscere sono da sempre i motori che mi portano a cercare e vedere ovunque. Non un emigrato né un migrante nell’accezione più convenzionale. Ciò che mi ha spinto è la scelta, la curiosità intellettuale, mai un obbligo. È comunque certo che in Sardegna sarebbe stato impossibile vivere: non c’era e non c’è un adeguato sistema culturale. Tutto è più difficile e sarebbe stato umiliante tentare attraverso ‘favori’ e compromessi. Rapportarsi con l’arroganza del potere e la mediocrità, indebolisce e deprime. Non era per me e non ci ho nemmeno mai provato. Questo, però, vale anche per gli altri luoghi, fuori dalla Sardegna. Con una sostanziale differenza: fuori la mobilità è possibile e a quei tempi si potevano creare spazi vivaci e adatti alla costruzione di progetti utopici. Ho vissuto quella stagione da protagonista ed ho conquistato lo spazio per attrezzarmi e continuare anche oggi, che tutto sembra scomparire.

Quanto alla nostalgia, è un sentimento che non conosco. Non ho rimpianti, solo desideri. Ho desiderato spesso di tornare a vivere in Sardegna, ma è la Sardegna stessa che me l’ha impedito con un sistema del potere culturale talmente piccolo e ristretto che sarebbe stato frustrante tentare di starci in mezzo. Non parlo, ovviamente, delle genialità e delle capacità personali che lì esistono in abbondanza e non in misura minore di altri luoghi. Ora sento la mancanza della Sardegna, ma in una dimensione intima e personale. E con molta sofferenza nel vedere una gente disposta ad accogliere ogni disastro ambientale, ogni umiliante sottomissione, ogni arrogante invasività, ogni occupazione, ogni espropriazione, in nome di una sopravvivenza subordinata, remissiva, e senza alcun futuro. Alla Sardegna nell’ultimo secolo è stata sottratta la dignità, e ci vorrà molto tempo e molto lavoro perché ne ricompaia la coscienza.

  • Alberto Masala poeta, la lingua sarda e le altre lingue che conosci e usi per scrivere. Qual è il rapporto con la lingua madre e quello con le lingue “altre”? Poeticamente parlando, l’uso che ne fai ha finalità diverse?

Parlo in sardo logudorese nelle due varianti. Il sardo è la mia lingua, quella in cui ancora penso. Possiedo altre lingue, e sono in grado di scriverle e parlarle a livello letterario. Le uso in maniera strumentalmente espressiva, oltre che ritmica e sonora, sempre in funzione comunicativa. Oggi la questione della lingua si pone per il sardo, quasi scomparso e mal parlato, ma anche per l’italiano, che subisce un grave analfabetismo di ritorno. Anche questa è un indice di perdita di dignità e un avanzamento verso quella società distopica governata solo dall’Epica delle Merci. Un popolo che accetta di essere privato della propria lingua diventa velocemente dislessico e inespressivo. E si rifugia nevroticamente in patetici concetti identitari, basati su un’idea autistica, falsa e morale, in opposizione al più vasto e aperto concetto di appartenenza, che, al contrario, è agganciato all’idea etica del mondo. Una forma di resistenza è la pratica quotidiana, personale e collettiva, della decolonizzazione, la riconquista della propria autonomia interiore e la sua estensione alle aggregazioni sociali in cui esistiamo. Un viaggio verso l’autonomia dello sguardo sulle cose. Dico sempre che ‘l’arte non può parlare di libertà, ma deve invece parlare di liberazione’. Ecco: la poesia è lo strumento di cui mi sono dotato per praticare questa tensione e testimoniarla. La lingua è il suo tramite che ne accredita la funzione sociale. Per questo è necessario avere con essa un rapporto profondo e sostanziale, fino all’etimo.

  • Alberto Masala e l’impegno (in)civile/politico. La poesia sarda può servire la causa indipendentista? Se sì, praticata come? L’autodeterminazione del popolo sardo è una giusta e attuabile rivendicazione, o un’utopia?

Non ho un impegno “civile”, parola in cui non credo perché legata a una visione ‘morale’ dettata dai sistemi del potere, e che, inoltre, in sardo ha anche una valenza ironica come la parola “giustizia”. Ho però un impegno etico e umano che non ho mai tradito.

La poesia è un mezzo che può servire qualsiasi causa, dipende da chi lo usa. È parola, è fatta di parole, e non santifica a priori. Anche Karadzic, Stalin e Hitler hanno scritto poesie, non solo Majakovskij. La mia poesia non serve nessuna causa né alcuna patria, un concetto che mi vede distante. Anche se, ripeto, ho un forte senso di appartenenza al territorio in cui sono nato e cresciuto ed ho amore per la lingua che mi ha formato. Quando parlo di appartenenza, utilizzo la ricchezza cromatica delle differenze che ogni cultura sa trasportare. Se ammettessi di avere una patria, questa sarebbe certamente nella mia lingua. Ciò che scrivo è determinato dalla direzione del mio pensiero e dalla capacità di trasformarlo in canto, rappresentativo, di tutti… è la figura dell’intellettuale che io chiamo “contemporaneo con radici”, non retorico né ideologico, capace di essere interprete e di meritarsi l’incarico di portare la “voce” della propria gente anche nei nuovi contesti e con linguaggi contemporanei. Dunque non chiederti se la mia poesia può essere utile, chiediti piuttosto che cosa penso, cosa mi spinge e mi trasporta, e se questo possa servire a qualcosa.

L’autodeterminazione è, come tutte le tensioni di liberazione, carica di valenze utopiche. Ma è proprio l’utopia ciò che ci spinge a desiderare e progettare. Se viviamo nell’Utopia avremo la forza e la spinta del desiderio. È proprio ciò che serve per progettare un futuro. È la distanza da questo processo a preoccuparmi, insieme al fatto che la Sardegna s’impoverisce delle sue intelligenze in un processo irreversibile che va avanti da oltre cinquant’anni. Comunque credo sinceramente nell’autodeterminazione di ogni popolo. Il problema sta nel meritarla, oltre che nel costruirla. È solo progettando l’utopia che si trova la spinta necessaria. Ma sarebbe un discorso molto lungo e non voglio banalizzarlo qui con povere e generiche affermazioni. Se ne potrà discutere meglio.