A Bonorva comandano i Savoia? Parla il sindaco Massimo D’Agostino

L’Amministrazione Comunale di Bonorva intende presentare formale ricorso gerarchico nei confronti della decisione assunta dalla Soprintendenza ai Beni Archeologici per le province di Sassari e Nuoro che ha bocciato la proposta del Comune di Bonorva di mutare la denominazione di via Regina Margherita in via Professor Virgilio Tetti.
L’Amministrazione porterà all’attenzione dello staff del Ministro ai Beni Culturali le proprie argomentazioni rispetto ad un diniego i cui contenuti sono – secondo l’amministrazione –  “anomali e meritevoli della nostra protesta”.

Inoltre l’amministrazione valuterà anche in sede legale l’opportunità di  ricorrere al TAR.

E’ anche in via di costituzione un comitato composto da diversi comuni che presentano le stesse problematiche del comune di Bonorva, in relazione all’abolizione delle vie intitolate ai Savoia. Tra le finalità del comitato anche quello di coinvolgere i parlamentari sardi per la proposta di un disegno di legge che abolisca il parere della Soprintendenza nelle decisioni delle amministrazioni locali di mutare le singole vie.
Abbiamo raggiunto telefonicamente il Sindaco di Bonorva Massimo D’Agostino, per farci raccontare da lui  l’incredibile vicenda dell’intitolazione della via, da dedicare al Professor Tetti, insigne studioso, preside delle Scuole Medie di Bonorva, ricercatore, scrittore, politico, più volte Consigliere e Assessore Provinciale e Sindaco di Bonorva dal 1964 al 1970.

Intervista di Luana Farina

– Signor Sindaco, come nasce questa vicenda?
Durante la primavera scorsa abbiamo presentato alla Prefettura di Sassari, la richiesta di modifica dell’attuale Via Regina Margehrita che sarebbe dovuta diventare Via Professor Virgilio Tetti. Il Comune di Bonorva voleva onorare la memoria attraverso l’intitolazione di una via,  riconducibile al personaggio e significativa. E’ stata allora scelta Via Regina Margehrita, dove si trova la casa in cui il Professor Tetti abitò per diversi anni.
La Prefettura, per poter procedere con la pratica, necessitava però del parere della Soprintendenza Archeologia, belle arti e paesaggio che, a fine estate, boccia la richiesta  con delle motivazioni che noi riteniamo incomprensibili, assurde e anacronistiche.

Nella risposta di diniego scrive il Soprintendente :
“La via è situata nel centro storico di Bonorva, nei pressi della Chiesa Parrocchiale e della Piazza Santa Maria; al capo opposto della piazza, rispetto alla via Regina Margherita, si pone Corso Umberto I, che prosegue poi con Corso Vittorio Emanuele III. E’ evidente che tale rispondenza non è casuale dal momento che Umberto I e Margherita di Savoia regnarono insieme sino al 1900, anno in cui Umberto venne assassinato, e prese il suo posto appunto il figlio Vittorio Emanuele III. La disposizione delle due vie alle estremità opposte della piazza sulla quale si affaccia la Parrocchiale dimostra la chiara volontà di rappresentare, in concreto sul piano urbanistico, i due poteri di riferimento, quello politico Regina Margherita e quello religioso, lo Stato e la Chiesa.”       

  • Quindi, la tesi sarebbe che nell’attribuzione dei nomi delle vie, ci sia stato l’intento di contrapporre potere Religioso al potere Laico?

Per noi questa ricostruzione è inverosimile e in tutti gli atti di archivio che abbiamo consultato nessun riferimento di questo tipo è stato posto nelle scelte delle intitolazioni delle vie. Ma anche se fosse, siccome qualcuno 120 anni ha deciso questa cosa,  deve rimanere immutabile  nei secoli e il Comune di Bonorva non ha diritto di decidere quale sia l’assetto toponomastico, così come hanno fatto e fanno tantissimi comuni in Sardegna?

Se non ci fosse stata questa specifica vicenda legata al Professor Tetti, il Comune si sarebbe posto comunque di attuare una modifica alla toponomastica dedicata ai Savoia . Noi vorremmo proprio abolirli del tutto i Savoia dalle vie di Bonorva e non abbiamo diritto di farlo perché altrimenti alteriamo un presunto ragionamento urbanistico e  “di continuità storica”.  La Soprintendenza continua nelle sue assurde motivazioni:

“Non va trascurato, peraltro, che – fermo restando il giudizio storico sulla famiglia reale italiana – Margherita di Savoia fu tuttavia una figura particolarmente cara alle popolazioni locali, nonché un personaggio che ebbe con la Sardegna particolare legame, dal momento che fu in stretti rapporti di affettuosa amicizia con la nobile famiglia Pes di Villamarina.”

Il Soprintendente quindi, a nostro parere, oltre che interpretare le presunte intenzioni degli amministratori di oltre un secolo fa (secondo noi, infatti, non esiste alcuna correlazione tra la via Regina Margherita , la Chiesa Parrocchiale e le altre vie dedicate ai Savoia) esprime un parere soggettivo, quasi  “politico” sulla figura della Regina, ed esercita quindi non un esercizio di valutazione storica in base ai fatti, ma una serie di considerazioni opinabili sui quali, tuttavia, poggia il fondamento del diniego. Ed è questo che noi contestiamo.
Come Sindaco, ho senz’altro commesso un errore a fidarmi delle rassicurazioni di chi, questa primavera, mi diceva che la pratica fosse a posto e che da lì a qualche giorno sarebbe arrivata l’autorizzazione, più che altro una formalità.
Noi allora abbiamo proceduto alla cerimonia di intitolazione della via, e di questo mi scuso con la Famiglia Tetti.
Da oggi, però, iniziamo, con tutti i bonorvesi, i Sindaci di Comuni che hanno già attuato il cambiamento del nome delle vie dedicate ai Savoia, e chi ci vorrà sostenere, la nostra battaglia perché non vogliamo, come “suggerito” dalla Soprintendenza, dedicare al Professor Tetti e a nessun altro dei nostri illustri cittadini, scrittori, poeti e unomini di cultura, una via periferica di un’anonima zona industriale.
Già subiamo l’onta dello spopolamento, come gran parte dei piccoli Comuni sardi, ci mancherebbe, che per chi resta, non fosse possibile essere attore delle scelte nel proprio Comune.

– Come intendete muovervi?

A giorni avremo un nuovo incontro in Prefettura, supportati dai Sindaci che hanno già fatto la nostra scelta, non so se le nostre ragioni saranno ascoltate, so già che la nostra battaglia sarà molto difficile, ma faremo in modo che la nostra voce,  senz’altro sentita lontano. Noi non ci fermeremo!

Cosa bolle in pentola in casa ProgReS?

Il partito indipendentista ProgReS va verso il congresso che si terrà il prossimo 15 dicembre. Ma quali sono le tesi politiche in discussione? Abbiamo sentito Lucio Porcu, storico attivista indipendentista e fondatore del partito. L’intervista è di Cristiano Sabino.

  • L’indipendentismo governa in Corsica, è protagonista in Catalogna, rialza la testa nel Paese Basco, è al centro del dibattito politico sulla Brexit in Irlanda e in Scozia, risorge in Sicilia. E in Sardegna?

In Sardegna evidentemente non è riuscito a trovare una sua via. Vorrei aggiungere che anche fuori dall’Europa, in tutto il mondo esistono delle frizioni tra centro e periferia che possono sfociare in un indipendentismo organizzato o in movimenti più generici; il processo di globalizzazione, al contrario di quanto alcuni prevedevano, ha alimentato il fenomeno. Mentre fuori dall’Europa abbiamo l’esempio del popolo Kurdo che nonostante si trovi schiacciato tra l’islam radicale e la violenza dei regimi turco e siriano, resiste ed è capace di creare modelli di società avanzati come quello di Kobanê, in tutta Europa, come hai ricordato, assistiamo a un passaggio ad un indipendentismo di livello superiore, più strutturato e che gode di ampi consensi. Ognuno declinato con le sue varianti, come per esempio la Corsica dove una coalizione formata da autonomisti e indipendentisti, che raggruppa all’interno diverse anime, sta governando molto bene. In Sardegna, facendo un paragone con la Corsica, questo processo non si è realizzato e apparentemente si sta allontanando sempre di più la possibilità di un’alleanza tra partiti più o meno autonomisti o che comunque vedono nell’aumento dei poteri un obbiettivo primario. I motivi sono svariati, uno di questi può essere dovuto ad una mancanza di sintesi che ha colpito le formazioni politiche, ma dietro questa mancanza di sintesi c’è sicuramente la difficoltà a emanciparsi politicamente dalle famiglie politiche che hanno governato e governano l’Italia. L’emancipazione dall’Italia tout court è il nostro grande limite. L’egemonia dei partiti italiani e della cultura politica italiana hanno fatto si che nonostante abbiamo e continuiamo ad avere parecchi militanti, non riusciamo a fare sintesi e costruire un percorso comune come per esempio è stato fatto appunto in Corsica. Comunque, scusa se mi sono dilungato, io spero che avvengano due cose perché lo scenario cambi in meglio: la prima è che i ragazzi e le ragazze nate negli anni 90 e duemila si avvicinino al movimento e lo cambino, la seconda è che “i vecchi” si mettano a disposizione senza manie di protagonismo e che ognuno dia il proprio contributo riconoscendo e accettando i limiti che il passato e il presente ci mostrano.

  • Le ultime tre tornate elettorali sono state disastrose. È tutta colpa dei sardi come alcuni dirigenti hanno dichiarato o si poteva agire diversamente?

Ho sentito le giustificazioni più assurde sulle cause delle sconfitte elettorali, la più malsana è proprio quella che da la colpa all’elettore. Scaricare sugli altri i propri fallimenti è gravissimo e denota mancanza di lucidità. Noi abbiamo bisogno di progetti seri e di meno egocentrismo. Sul fatto che si poteva agire diversamente alle elezioni è un qualcosa che andava fatto molto prima, non credo alle coalizioni costruite a ridosso delle tornate elettorali. Vanno fatti dei percorsi comuni e va individuato uno spazio di azione. Bisognerebbe tracciare quel cerchio di cui parlava il compianto Gianfranco Pintore e capire chi ci sta dentro. Personalmente non sarei per l’esclusione dei partiti autonomisti che oggi si alleano con il centro sinistra o con il centro destra, basterebbero dei paletti saldi intorno a cui costruire un programma di governo.

  • ProReS è rimasto fuori dal cartello elettorale Autodeterminatzione e alle ultime elezioni ha sostenuto la coalizione Sardi Liberi con Unidos di Mauro Pili. Siete contrari all’unità indipendentista?

Autodeterminazione non ci ha mai attratto e devo dare atto a Gianluca Collu, il nostro segretario uscente, di aver tenuto la barra dritta sul rapporto con Autodeterminatzione, sia nel rapporto con il suo primo leader, Muroni, sia con quello che è venuto fuori dopo marzo 2018. Progres ha una struttura fortemente democratica, per cui da quello che abbiamo percepito dal di fuori non era lo spazio adatto a noi, inoltre non abbiamo visto niente di innovativo arrivare da quello spazio. L’alleanza Sardi Liberi e la scelta di Mauro Pili come Candidato presidente è nata comunque sotto il segno di una veduta comune su molti temi come la lotta contro le servitù militari, i trasporti, la vertenza entrate. Inoltre la presenza di Angelo Carta per noi è stato un grande arricchimento, Insieme a Mauro Pili due persone molto preparate che ci hanno insegnato molto. Progres ha sempre lavorato per una convergenza, per l’unità, siamo militanti non politicanti di professione, per cui vogliamo raggiungere il risultato per la causa e non per noi stessi. In quella situazione l’assemblea degli attivisti ha scelto questa alleanza e tutti abbiamo lavorato per portarla avanti.

  • A dicembre celebrerete il vostro congresso. Qual è la tesi politica che sosterrai?

Si esatto, il 15 dicembre ci sarà il congresso di ProgReS. Per ora sta emergendo la voglia di unità, l’unione con tutti coloro che si sono allontanati per i motivi più disparati oltre alla volontà di riunione dei movimenti e delle sigle per semplificare lo scenario politico ma senza ingessarlo, come è successo con Autodeterminazione.

Infatti, come abbiamo visto, l’unione fine a se stessa non porta a niente.

Le strade che ci si aprono oggi sono due: la prima, la più scivolosa è quella dell’apertura a tutto quello che può essere affine a noi. Apertura che inesorabilmente porta ad alleanze anche con soggetti che nel mondo indipendentista sono considerati quasi come appestati (molto probabilmente magari a torto ma questa è la realtà).

La seconda invece è la formazione di un partito o movimento nuovo, che raggruppi il meglio, la sintesi di tutto quello che si è elaborato negli ultimi 15 anni ma con una visione politica contemporanea.

Entrambe le vie sono affascinanti. La prima porterebbe l’indipendentismo dentro le istituzioni, con tutto quello che ne consegue sia in termini positivi che negativi. Faccio un esempio, in termini positivi è l’unico bacino che ha elaborato e continua ad elaborare idee nuove, concetti, che non ha paura di guardare alle nuove sfide della modernità. La politica sarda, da Soru in poi, ha preso a piene mani da questo contenitore. D’altro canto entrare nelle istituzioni significa cambiare pelle, con il rischio di non riconoscersi davanti alla specchio dopo pochi anni.

Se invece si volesse scegliere la strada di un partito che dia la sveglia, un po’ stile iRS anni 2000 e con tutti i passi avanti fatti in termini di chiarificazione del rapporto con la sinistra italiana fatti da A Manca, allora potremo trovarci davanti a un qualcosa che potenzialmente è in grado di fornire chiavi interpretative nuove nel rapporto tra la Sardegna e il mondo con scenari molto interessanti. Bisogna parlare al condizionale perché non è cosi scontato che avvenga ciò che è avvenuto in passato.

Altre soluzioni all’orizzonte non ne vedo.

  • Ma intanto qualcosa si muove nonostante i partiti siano fermi..

Certo,fuori dai partiti stanno nascendo delle organizzazioni come ANS, Corona de Logu e A Foras in grado di unire. Speriamo che questo sia di buon auspicio.

  • Se tu dovessi scegliere una delle due ipotesi che hai prospettato sopra, ossia un nuovo partito che detti la linea o uno che si allei con gli autonomisti, cosa sceglieresti?

Realisticamente la prima ipotesi, ossia riunire le forze per un soggetto nuovo in grado di dettare la linea politica e riscoprire il concetto di nazione sarda, oltre a piacermi di più è quella più attuabile. Vedremo cosa dirà l’assemblea o cosa succederà dopo il congresso. Abbiamo intenzione di suscitare il dibattito dal basso e di ascoltare tutti per poter prendere la migliore decisione. Chiaro che invece un’ammucchiata con gli altri partiti dell’area solo perché affini non sarebbe neanche presa in considerazione in virtù degli ultimi fallimenti di chi ha voluto percorrere questa strada.

Chistione feminile e autodeterminatzione de su populu sardu. Una mutida a nde faeddare

Unu murale chi amentat sor sos mortos de Bugerru de su 1904
de Giovanna Casagrande

B’at unu problema si sa “chistione feminile”, in Itàlia gai comente in Sardigna, non si ressit a irbolicare, che a sa “chistione meridionale” de su restu.

Ite est chi rendet custas duas chistiones simizantes?

Est làdinu: sa mirada de chie s’acòstiat e biet in sa diferèntzia de gènere (gai comente in sa diversidade setentrione-meridione) unu problema chi diat dèpere èssere isortu, non dae sas fèminas, est craru, ma dae chie guvernat.

Pro medas s’esèmpiu no at a èssere bene sestau, e puru provae a meledare supra su ruolu de sa fèmina, dae s’acabbu de sa secunda gherra a oje, e naze.mi si no est làdinu chi, a sas fèminas chi punnant a arribare a sos postos prus artos de sa polìtica, de sas professiones e fintzas de sa cultura, lis cumbenit a pompiare sa realtade chin sas ulleras de sos òmines.

Deo, dae medas annos apo postu a banda sa visione eterosessuada de sa sotziedade, cussa mirada chi biet sos gèneres a cuntierra, o unu “gènere prus dèbile” apunteddau e duncas non reconnotu che parìvile.

Dae meda, oramai, reconnosco e pràtico unu “locu” ube fèminas e òmines traballant,reconnoschende.si a pare, pro una polìtica, una cultura, una sotziedade ube sas diferèntzias non sunt unu disafiu, ma unu balore in prus.

Picamus, pro esempru, su chi est capitau in sos ùrtimos annos in Sardigna: in su 2013 una fèmina, sena bisonzu de èssere “reconnota” dae su sistema, s’est candidada in una porfia eletorale chi previdiat chi su podere polìticu, e duncas maschile, aeret reconnotu, ma fintzas nono, una candidadura “in colore de rosa”.

Ma comente fit possìbile chi una fèmina, chi fit benende dae su mundu culturale, e a mala annata indipendentista puru, podiat pessare de si candidare a sa gàrriga prus arta?

Ecco, deo bio, in cussu mamentu polìticu, una làcana chi non poto prus brincare, e difatis mi dimando, e bos dimando, comente est possìbile chi, nois fèminas, podimus cussiderare sa preferèntzia dòpia de gènere una bìnchida, chi tzertu est unu primu passu secotianu cara a sa candidadura de sas fèminas. Secotianu ca sos paisos iscandìnavos ant aplicau sas cuotas e sos incentivos a sa rapresentàntzia de gènere dae medas annos a commo.

Cando amus a èssere nois fèminas a nos convocare pro faveddare de su mundu a manera nostra, pro afrontare chistiones chi nos bient in prima lìnea die pro die ma semper a còdias in sa legislatzione, in sos issèperos, in sas mesas programmàticas. Guai a faveddare de su ruolu de sa fèmina ube no esistit una polìtica sotziale; de sa capatzidade nostra de parare fronte a sas emergentzias, resessinde a nos imbentare unu traballu, a rèndere sas impresas nostras produtivas e esticas: non balet!

Pesso chi in custu mamentu bi siat unu tretu ampru ube podimus, antzis DEPIMUS, traballare autodeterminande.nos, reconnoschende.nos a pare, chircande de non fàchere sos matessi irballos chi dae su femminismu rivolutzionàriu de sos annos ’60, nos custringhet adèpere rispetare e a non mudare in nudda su mundu chi nos inghiriat, a nos dèpere acunnortare a abarrare unu passu in secus, fintzas si ischimus bene chi podimus èssere sas menzus.

Deo bos pedo de fàchere una cosa: de non nos cuntentare de sos pititos chi sos legisladores, cumpanzos de partiu, collegas de traballu, cada tantu nos dant; bos invito a nos nche tirare sas tropejas chi nos ponimus nois matessi: sa tropeja de sa limba pro esempru, custu sardu chi, a su chi narant in medas, nos fachet grezas, ruzas: non damus securesa.

Depimus isseperare de faveddare in sa limba nadia, sa limba de tita, ca depimus torrare a mòghere dae nois, dae su chi semus, evitande de nos fàchere pònnere un’eticheta dae chie nos cheret che teracas fidadas.

La Sardegna da lontano

 

introduzione di Ninni Tedesco
articolo di Nanni Loria

Le ultime statistiche dell’ISTAT, relative ai dati analizzati nel 2018, confermano il trend negativo dei flussi migratori dall’isola in uscita: nell’ultimo quinquennio la popolazione registrata è di quasi 9mila abitanti in meno rispetto all’anno precedente, di cui circa 3.330 solo nell’ultimo anno. La maggior parte di coloro che emigrano sono giovani in età lavorativa che, a differenza dello stesso fenomeno nel dopoguerra, sono spesso qualificati e in possesso di elevati titoli di studio.

Le conseguenze di questa deriva sono devastanti per il nostro territorio, già di per se in sofferenza, in quanto viene privato di risorse umane preziose per una qualsiasi crescita economica o riprogrammazione di nuove prospettive di ripresa lavorativa. Di conseguenza si attiva un circolo vizioso di spopolamento/impoverimento/emigrazione.

Al fenomeno economico sociale si aggiunga, e non secondariamente, l’aspetto della sofferenza umana, dello sradicamento culturale, del distacco, di partenze che non sono scelte ma rotture profonde e necessarie per sopravvivere e trovare sbocchi per il proprio futuro. Ogni partenza è una storia da raccontare.

Nanni Loria è uno studente di 27 anni, nato a Romana, che dopo aver preso il diploma all’ITI di Sassari, ha “scelto” di partire, prima per Londra poi per l’Australia, raccontando grazie ai social il suo essere migrante e viaggiatore ma restando profondamente legato alle sue radici sarde. E come sardo è tra i 10 finalisti di una mostra sui Giganti di Mont’e Prama che, partendo da Cagliari, farà il giro dell’Europa sino al 2021.

Quello che segue è il suo pensiero:

Bene, sono tra i vincitori del concorso indetto da Arte nuragica / contemporanea, con tema principale la rivisitazione dei Giganti di Mont’e Prama. Questo è il mio lavoro e questa è la spiegazione (essenziale per percepire al meglio il tutto): Quest’opera nasce dopo due mesi di lavoro, ma più precisamente dopo 5 anni di lontananza dalla mia terra madre: la Sardegna. Quest’opera è un punto d’incontro tra disegno, racconti (quindi scrittura) e illusione ottica. Come potete notare dalle foto in allegato, l’opera verrà percepita in modi diversi in base alla distanza da cui la si guarda. Se vista da lontano ci mostrerà l’immagine nella sua completezza, ovvero la rappresentazione di un uomo che bacia e stringe a se una donna prima della partenza, presumibilmente per qualche luogo lontano. In questo caso, la forma della donna è stata sostituita dalle due teste (e dallo scudo) dei Giganti (o meglio Eroi) di Mont’e Prama, che vanno così a rappresentare figurativamente la Sardegna. Se si scende più nel dettaglio, capiremo dunque che l’uomo (proprio come me e tanti altri sardi) sta a rappresentare coloro che hanno dovuto lasciare la tanto amata e bellissima Sardegna per cercare (e forse trovare) un futuro migliore. Allontanandosi, colui che osserva potrà cogliere i dettagli dell’opera, come le pieghe del giubbotto dell’uomo o il colletto. Questo allontanarsi per capire e cogliere meglio è, sostanzialmente, il mio rapporto con la Sardegna: è solo dopo aver lasciato l’isola ed essermi stabilito in Australia, che ho realmente capito quanto io fossi attaccato alle mie radici e a tutto quello che Lei mi ha offerto. L’allontanarsi alle volte, come in questo caso, non è un male, ma un modo per capirsi, capirci e capire. La distanza mi ha paradossalmente avvicinato a tutto quello da cui mi son allontanato. Mentre se si osserva l’opera da vicino, si noterà l’anima della stessa, l’essenza e il come è stata realmente creata, ovvero, di lettere, parole, frasi e pensieri. Non sono lettere messe a caso, senza un senso, ma formano una lettera, un diario, un ammasso di pensieri di un emigrato che scrive alla sua amata: la Sardegna. Nonostante sia scritto tutto attaccato e senza spazi tra una parola e un’altra, al suo interno si troveranno riflessioni vere di un ragazzo che, per due mesi, ha provato a scrivere realmente qualcosa di importante verso una persona speciale. Per quanto riguarda il legame (o meglio, i legami) tra quest’opera e il complesso scultoreo di Mont’e Prama, è semplice: il significato puro della mia opera è quello di omaggiare il coraggio, l’attaccamento e l’appartenenza. Coraggioso è colui che decide di partire, vedendosi costretto a lasciarsi alle spalle il passato, per provare a costruirsi un futuro migliore. Coraggiosi e abili erano i giovani uomini che le antiche statue di Mont’e Prama rappresentano. Arcieri, guerrieri, pugilatori allora. Viaggiatori, sognatori e pur sempre guerrieri oggi. I viaggiatori scoprono e affinano l’attaccamento e l’appartenenza alle proprie radici, alla propria terra, nonostante la lontananza e nonostante la geografia ci tenga ostaggi con i suoi chilometri. Mentre, appunto, “noi, le statue, rappresentiamo la discendenza, l’appartenenza, i valori della comunità vivente”. Noi, viaggiatori, diventeremo comunque eroi nel ricordo di qualcun altro.

 

Per poter apprezzare l’opera d’arte di Nanni Loria cliccare qui

Così la RWM mette in pericolo tutto il Sulcis

Riceviamo e volentieri pubblichiamo il comunicato del Comitato Riconversione RWM, Cagliari Social Forum, Assotziu Consumadoris Sardigna, Centro Sperimentazione Autosviluppo e PCI Sulcis Iglesiente su “Fabbriche di esplosivi e incidenti: violazioni delle norme di sicurezza da parte di RWM Italia S.p.a.”, che esprime la preoccupazione e l’allarme per il disastro che potrebbe capitare ad Iglesias e comuni limitrofi in caso di incidente rilevante. Ciò è dovuto anche al fatto che il piano per la
gestione delle emergenze in caso di incidente nelle aree esterne allo stabilimento RWM Italia S.p.a. risale al 2012 ed è obsoleto, inadeguato e scaduto: 

Fabbriche di esplosivi e incidenti: violazioni delle norme di sicurezza da parte di RWM Italia S.p.a.

Alla luce del grave incidente avvenuto il pomeriggio del 20 novembre scorso alla fabbrica di fuochi artificiali Costa, in cui hanno perso la vita a cinque persone, ci dobbiamo chiedere come è possibile che una fabbrica di esplosivi ed ordigni militari, come quella di RWM Italia S.p.a. che opera in Sardegna, nel territorio di Domusnovas-Iglesias, possa ancora oggi farlo senza tener conto della salute e dei rischi alla sicurezza di lavoratrici, lavoratori e popolazioni del territorio. Quello alla fabbrica di Vito Costa e figli, in provincia di Messina, è l’ennesimo grave incidente in una fabbrica di esplosivi; in questo caso pare sia bastata una scintilla sfuggita da una saldatrice e un’esplosione devastante ha spazzato via l’impianto facendo 5 vittime. Non è certo la prima volta che accade; un incidente analogo il 14 marzo scorso aveva provocato una vittima a Gesualdo, in provincia di Avellino e un altro ancora più grave nel 2015 rase al suolo una fabbrica di fuochi di artificio a Modugno, causando la morte di 10 persone, in quel caso si parlò apertamente di violazione delle norme sulla sicurezza.

Giustamente il CODACONS chiede più controlli e ricorda che le vittime provocate da esplosioni, nelle sole fabbriche di giochi pirotecnici dal 2000 ad oggi, sono addirittura 68. Le fabbriche di esplosivi sono infatti impianti estremamente pericolosi, e sono perciò soggette a una normativa speciale che riguarda gli “stabilimenti a rischio di incidente rilevante” (normati dal decreto legislativo.105 del 2015), che prevede controlli e misure di sicurezza stringenti e rigorosi, ma che purtroppo non sempre vengono rispettati. Nel caso di RWM, ad esempio, una parte dello stabilimento dove sono stoccate quantità incredibili di liquido infiammabile, è ubicata a 400 mt. dal centro urbano di Iglesias e non a 4 km come prevede la vigente normativa. Il piano per la gestione delle emergenze in caso di incidente nelle aree esterne allo stabilimento RWM Italia S.p.a. risale al 2012 ed è impostato sui rischi derivanti da una produzione prevalente di esplosivi per uso civile (di tipo SLURRY, ANFO e Miccia Detonante), che è totalmente cessata già alla fine del 2012, mentre considera la produzione di tipo militare del tutto marginale. Il piano è visibile al pubblico nel sito della prefettura di Cagliari (il tipo ed il volume della produzione sono illustrati a pag. 34). Il piano di emergenza ancora oggi in vigore è ormai del tutto obsoleto e inadeguato, un piano scaduto, infatti:

– la produzione per uso civile descritta nel piano di emergenza per le aree esterne era cessata del tutto già a dicembre 2012, le relative linee di produzione sono state dismesse e i locali riconvertiti alla fabbricazione di esplosivi e di ordigni militari. La produzione militare è stata invece di molto incrementata, passando dalle appena 500 tonnellate/anno (200 di esplosivo di tipo PBX e 300 di esplosivo a base di TNT) del 2012 alle attuali 6.000 tonnellate/anno con un incremento di ben 12 volte (+1200%) rispetto a quanto indicato nel piano di emergenza delle aree esterne attualmente in vigore.

– la differenza tra la situazione produttiva dell’impianto nel 2012, periodo in cui è stato adottato il PEE ancora vigente, e quella attuale determina una condizione di grave pericolo, in aperto contrasto con l’art. 21, comma 6, D.Lgs. 105/2015, il quale afferma che il PEE «è riesaminato, sperimentato e, se necessario, aggiornato, previa consultazione della popolazione, dal Prefetto ad intervalli appropriati e, comunque, non superiori a tre anni». Il comma 5 della stessa norma prevede inoltre che il Prefetto rediga il PEE «entro due anni dal ricevimento delle informazioni necessarie da parte del gestore». La legge prevede inoltre che il Piano deve essere obbligatoriamente aggiornato ogniqualvolta si determinano variazioni significative nella produzione. È appunto il caso della RWM.

Nessuna modifica al Piano di Sicurezza delle Aree Esterne è mai stato apportata dal 2012 a oggi. Gli impianti per la produzione bellica attualmente in gestione a RWM, sono da considerarsi particolarmente pericolosi e sono già stati soggetti a gravissimi incidenti in anni non lontani, quando erano ancora in gestione alla società SEI. In particolare la linea produttiva degli esplosivi e degli ordigni a base di TNT fuso, quando ancora gli impianti operavano nello stabilimento SEI di Ghedi (provincia Brescia), il 23 agosto 1996, era stata devastata da un’esplosione accidentale che aveva provocato tre morti tra gli operai. Si può ad esempio consultare in merito l’articolo del quotidiano La Repubblica dal titolo “Tre morti in una fabbrica di bombe” dell’8 agosto 1994 . Dalle successive indagini risultò all’epoca che lo stabilimento operava nel rispetto della normativa di sicurezza, cosa che comunque, è bene ricordarlo, non può garantire l’assoluta assenza di rischio di incidente in uno stabilimento con livelli di pericolosità così elevati. Successivamente tale linea di produzione è stata spostata dalla SEI nel suo stabilimento di Domusnovas-Iglesias, dove attualmente continua a operare sotto la gestione di RWM. Nonostante i rischi che l’esistenza di questo stabilimento comporta per i cittadini e senza tenere in adeguata considerazione la normativa urbanistica, il comune di Iglesias ha recentemente approvato numerose altre autorizzazioni per ampliare lo stabilimento:

a) il raddoppio delle linee produttive per la realizzazione di esplosivi militari di tipo PBX e dei relativi ordigni (nuovi reparti R200 ed R210), un intervento che a detta di RWM porterebbe la capacità produttiva dello stabilimento di Domusnovas-Iglesias sino a 9.000 tonnellate/anno;

b) la realizzazione di un nuovo poligono per test esplosivi denominato “Campo Prove R140”, senza neppure una Valutazione di Impatto Ambientale.

Per tutti questi motivi e per le palesi violazioni alle norme, numerose associazioni del territorio hanno infatti contestato la legittimità dei provvedimenti che hanno autorizzato queste opere, anche perché violano palesemente la normativa di sicurezza vigente, presentando:

1) il ricorso al Tribunale Amministrativo Regionale (TAR) della Sardegna contro la licenza edilizia rilasciata dal comune di Iglesias ai nuovi reparti R200 ed R210, presentato il 7 gennaio 2019;

2) il ricorso straordinario al Presidente della Repubblica contro la licenza edilizia rilasciata dal comune di Iglesias per il nuovo poligono per test esplosivi Campo Prove R140, depositato il 18 novembre 2019.

Entrambi i ricorsi sono tuttora pendenti. Lo stato di elevato rischio nella gestione della sicurezza dello stabilimento produttivo di RWM a Domusnovas-Iglesias è stato oggetto di un esposto al Procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Cagliari, presentato ad aprile 2019, oltre che essere stato prospettato, già in precedenza, all’attuale sindaco di Iglesias da una delegazione di cittadini nel corso di un incontro tenutosi il 31 luglio 2018 in municipio. Al momento nessun provvedimento è stato preso e la situazione, dal punto di vista della sicurezza, è immutata. A dispetto di una crisi aziendale continuamente sbandierata, inoltre, RWM Italia S.p.a. ha aperto tutti i cantieri previsti dal piano per il potenziamento e l’ingrandimento dei suoi stabilimenti, e li porta avanti pervicacemente, mentre la produzione di ordigni bellici procede senza sosta. Viene da chiedersi se è proprio necessario che si verifichi una tragedia perché le esigenze di sicurezza vengano prese finalmente in esame. Evidentemente la sicurezza della popolazione viene sempre per ultima quando ci sono da tutelare interessi e profitti che vengono dal commercio delle armi e dalla guerra. Le lavoratrici e i lavoratori di RWM così come le popolazioni di Domusnovas, Iglesias, Musei e zone limitrofe si sentono realmente al sicuro?

Cagliari 24 novembre 2019 • Comitato Riconversione RWM • Italia Nostra Sardegna • Cagliari Social Forum • Assotziu Consumadoris Sardigna • Centro Sperimentazione Autosviluppo • PCI Sulcis Iglesiente

Sardware: antigu ses tue!

de Costantino Pala

Sa Limba sarda est istada semper reprimida e minorizada in sos annos colados cun giudìtzios negativos; nande fintzas chi no siat adata a faeddare de cosas de iscientzia e tecnologia. Semus imbattidos a custa situatzione gràtzias a sas polìticas reprimidoras de sos annos colados contra a sas limbas minorizadas ma fintzas a s’impreu, semper prus minore de su sardu, mescamente in cosas de iscientzia e tecnologia. Tocat de s’ammentare chi, fintzas in dies de oe, tocat de intèndere zente nande chi su Sardu est una limba morta.
Arresonandebei unu pagu si podet cumprèndere luego chi totu sas Limbas, pro bìvere, si depent arrichire fraigande peràulas noas o mudande/agiunghinde significados noos a peràulas chi giai esistiant (eg: mouse, souris, ratón, sòrighe pro inditare su “mouse” de s’elaboradore).

Sardware e carchi bortadore indipendente tenent su mèritu de àere bortadu in Sardu carchi aplicu pro prataformas drivessas, pro sos elaboradores e pro sos telefoneddos. Custa est una cosa chi podet fàghere fintzas a rìere calicunu ma est manna ca est faghende a bìvere su Sardu annoande-lu.
Su de bortare un’aplicu in Sardu cheret nàrrere a àere peràulas noas ma fintzas a torrare a imperare peràulas ismentigadas (eg: tecladu pro “keyboard”) e chi podent èssere fintzas prus adatas a inditare una cosa de su currispondente suo italianu.

Cun custas resones amus detzisu de cumbidare in sa Sede nostra Sardware, chi at èssere rapresentada dae Adrià Martín, professore in s’Universidade Autònoma de Bartzellona e in s’Universidade de Casteddu. Issu nos at a chistionare de sa missione de Sardware, comente traballant e sos progetos pro su benidore issoro. Nos at a chistionare fintzas de comente su Cadalanu est imbàtidu a èssere una de sas prus presentes limbas in sos software e sistemas operativos cunfrontande-lu cun su protzessu chi est batinde su Sardu in su mundu de sos Software.

Totu sos detàllios de s’eventu si podent leghere abatigande subra de custu acàpiu

C’era una volta l’AIDS e c’è ancora… anche in Sardegna

 

La campagna della LILA
di Daniela Piras 

In principio era l’alone viola, un immaginario quanto tristemente reale segno distintivo di chi si era macchiato di aver contratto un virus, quello dell’HIV.

Risultare positivo al test dell’HIV equivaleva infatti ad ammettere davanti al mondo intero di appartenere a una categoria “a rischio” della quale facevano parte coloro che avevano condotto uno stile di vita ritenuto immorale e riprovevole, sia per la troppa libertà sessuale, sia per l’utilizzo di droghe, in particolare l’eroina. Uomini e donne che diventavano marchiati inesorabilmente come “untori” e “peccatori”: da tenere lontano, emarginare e giudicare.

Erano i primi anni Ottanta e, per la prima volta, si sentiva parlare di un virus letale che si poteva contrarre nell’ambito più privato della vita di ciascuno, poiché il contagio avveniva tramite sperma, secrezioni vaginali o sangue: quello della sfera sessuale. Furono messi al bando innanzitutto gli omosessuali, rei di condurre un modo di vita sregolato e “contro natura” e subito dopo le persone con dipendenze da droghe, le quali trasmettevano il virus condividendo la stessa siringa.

Dalla segnalazione dei primi casi ad oggi molto è cambiato nelle tipologie di campagne d’informazione e di sensibilizzazione finanziate dal Ministero della Salute. Infatti dal primo spot, apparso in Italia nel 1988, in cui si diceva chiaramente che occorreva proteggersi durante i rapporti sessuali con il preservativo, in cui non si creavano allarmismi ingiustificati e dove anzi si affermava che “per fortuna non è facile ammalarsi di AIDS”, si sono fatti (paradossalmente) dei passi indietro notevoli.

L’influenza dello Stato del Vaticano ha decretato l’abolizione della chiarezza linguistica a favore di una serie di messaggi velati e confusionari che, lungi dall’informare sul reale rischio di contaminazione rispetto al virus, hanno creato panico e ansia nella popolazione, fino ad arrivare a stigmatizzare la persona che aveva contratto il virus come sbagliata, peccatrice, rea di “essersela cercata”.

Il punto più basso della campagna informativa si ebbe in Italia con il messaggio dell’allora Ministro della Sanità Donat-Cattin che arrivò ad attribuire ai malati stessi le colpe di aver contratto il virus. “L’AIDS ce l’ha chi se lo va a cercare” si leggeva nella lettera che il ministro inviò alle famiglie italiane, generando una totale psicosi. “La prima regola alla quale è consigliabile attenersi è quella di un’esistenza normale nei rapporti affettivi e sessuali”.

Di proteggersi durante i rapporti sessuali non si parlava più: in compenso, nell’ambito della normalità invocata, era presente un invito all’astinenza da parte delle persone con il virus come rimedio sicuro, poiché il preservativo non era ritenuto tale. A fine degli anni Ottanta in Italia si respirava un’atmosfera degna del Basso Medioevo. Le istituzioni non davano elementi in grado di informare e, di conseguenza, tutelare la salute dei cittadini.

Da allora si sono alternate campagne fumose che hanno in un certo qual modo “stilizzato” il messaggio, e il relativo concetto, in maniera così estrema da generare una psicosi diffusa, senza senso.

La creazione di una “categoria a rischio” ben delimitata ha fatto sì che le persone non avessero reale percezione di quali fossero i comportamenti, quelli sì “a rischio”, da evitare. Si arrivò ad aver paura di poter contrarre il virus attraverso una stretta di mano con un individuo appartenente a tale confinata categoria.

L’ultimo spot informativo del Ministero della Salute risale al 2013. La campagna si chiamava “Fine delle trasmissioni” e faceva riferimento alla trasmissione del virus. Ritorna il concetto del “problema che riguarda tutti”, un po’ troppo fuori tempo massimo, e si invita ad usare il preservativo e ad eseguire il test per verificare se si ha contratto o meno il virus.

Da allora tutto tace. La malattia sembra sparita; lo stato di inconsapevolezza dei giovani si estende anche agli adulti che collegano l’AIDS ad un brutto sogno degli anni Ottanta che non esiste più. Come avviene spesso, ciò di cui non si parla non esiste. In realtà, ciò che più sconcerta di più, è il fatto che l’AIDS esisteva ieri ed esiste ancora oggi, e che coloro più a rischio sono quelli che non sanno di aver contratto il virus. Si ha paura di fare il test, ancora oggi, e si ha più paura di scoprire di avere una sieropositività che non di curarsi.

Il pregiudizio che si è creato nei confronti degli ammalati di AIDS è stato talmente forte da non avere eguali in altre patologie. Il potente stigma sociale che ha segnato le persone risultate sieropositive all’HIV, ha portato alla paura di voler scoprire di essere stati contagiati. L’ansia di essere giudicati per i propri comportamenti, per una presunta immoralità e attigua colpa, ha come risultato un dato allarmante: una consistente fetta di inconsapevoli che ha contratto il virus ma non ne è a conoscenza. A ciò si aggiunge il dato oggettivo che riguarda la difficoltà di accesso al test e l’offerta non sufficiente. Il dato sommerso è quello che più preoccupa i medici.

La conseguenza è che ci si cura soltanto quando si hanno già i sintomi che fanno emergere la malattia, quando ci si potrebbe curare meglio, e prima. Sono le cosiddette “diagnosi tardive”.

In Sardegna la situazione è preoccupante, proprio per la diffusa scarsa percezione del rischio. I dati diffusi dalla LILA di Cagliari (Lega italiana contro la lotta all’AIDS) diagnosticano 54 nuovi casi di infezione nel 2016;  61 i casi registrati nel 2017. Emerge un dato inquietante: quasi la metà degli studenti intervistati dichiara di non utilizzare il profilattico durante i rapporti sessuali.

In vista della giornata mondiale di lotta all’AIDS (WAD) del primo dicembre, The Joint United Nations Programme on HIV/AIDS – UNAIDS – ha scelto per il 2019 il tema “Community make the difference”, un riconoscimento al ruolo essenziale delle community, delle associazione e della società civile nel contrasto all’HIV.

La LILA quest’anno aderisce alla testing week europea, dal 22 (oggi. n.d.R) al 29 di novembre: www.testingweek.eu

L’ultima campagna della LILA invita a combattere il pregiudizio con l’informazione. Nelle locandine informative si fa presente una verità importante, ovvero che oggi, chi segue la terapia retrovirale può condurre una vita normale, avere figli e soprattutto non risulta essere contagioso e avere una lunga aspettativa di vita.

Insieme alla prevenzione, che andrebbe ripresa nelle scuole dove sino agli Novanta è stata molto efficace, resta essenziale eseguire il test, a questo proposito rendiamo noto che, in accordo con la LILA, il MOS di Sassari ha acquisito e messo a disposizione l’accesso al test.

Come si evince dal loro sito: A partire dal 19 Dicembre 2018, ogni primo e terzo mercoledì del mese dalle 16 alle 18.30, si può fare il test rapido, anonimo e gratuito nella sede del MOS in via Rockfeller 16/c a Sassari. Il servizio è svolto in collaborazione con CLAAS (Comitato Lotta all’Aids Sassari), circ. Arci Borderline e all’interno della campagna nazionale We Test! Per ulteriori informazioni invitiamo a visitare il sito al link: https://www.movimentomosessualesardo.org/test-hiv/

Dancing Days: quei terribili e bellissimi anni Novanta nel nord Sardegna

 

“Dancing Days”. Ma quali Giorni Danzanti!!!

A metà degli anni ‘90 la città mica la vedevi tutti i giorni come adesso. Era una questione di principio, perché le macchine ovviamente c’erano già e la benzina costava anche di meno (o almeno credo…) e la strada faceva schifo allora come lo fa ai giorni nostri! Ci andavi una volta al mese, massimo due, e lo sapevi con largo anticipo. Dovevi avere tempo per prepararti a fartela sotto con la bocca aperta e il dentista che troneggiava sopra di te coi suoi ferri, oppure sapevi di dover affrontare la noia mortale di una spesa chilometrica, dentro uno di quei supermercati giganteschi che erano il sogno proibito delle nostre madri paesane. Sarà sessista da scrivere, ma erano loro a fare la spesa, riempiendo carrelli e cofano della macchina all’inverosimile e piazzandoti anche qualche busta in mezzo alle gambe, che la roba doveva coprire almeno una trentina di giorni!.

Solo dopo aver assolto le incombenze primarie, se avanzava tempo, e miracolosamente il tempo avanzava sempre, abbandonando nei parcheggi la macchina gravida di merendine, tonno in scatola, Coche Cole ed eccetera eccetera…, ce ne andavamo in giro per negozi di musica! Era l’epoca appena precedente alla crescita indisturbata dei centri commerciali, del boom della zona Industriale, quando a Predda Niedda ci passavi solo se ti eri perso, che poi forse l’amata/odiata Città Mercato (non ci sarebbe manco bisogno di specificare che i nomi successivi non vanno manco presi in considerazione…) era già nata, ma di sicuro non si era ancora imposta su tutta la linea, ed il Corso e l’Emiciclo e Viale Italia, ancora davano mattana e sembrava non esserci mai troppo caldo o troppo freddo, o la pioggia incombente come adesso, che è chiaro a tutti che si tratta solo di una scusa dei più mandroni (la maggioranza…) per non andare in giro in centro.

E ce n’erano di negozi di musica in quegli anni sporchi e chiassosi. C’erano i due Griscenko (non credo si scriva proprio così…), in particolare quello di Piazza Azuni che era su due piani, con le poltroncine con le cuffie per ascoltare le uscite nuove e quei monitor piazzati in alto che la prima volta che ci sono entrato mi sembrava di essere in quel bar di Ritorno al Futuro 2! E così ti incantavi a guardare MTV, che anche quella in paese ce la sognavamo di notte! E vedevi Slash coi riccioloni e la sigaretta appesa alle labbra o magari il video di questi gaggi mezzi nudi e tutti argentati che per poter pronunciare il nome del gruppo dovevi avere una certa praticaccia con l’inglese, e mica c’era Google Translate a levarti le castagne dal fuoco! Risalendo c’erano le Messaggerie, che in realtà ci sono ancora, con il secondo piano tutto riservato alla musica, e proprio lì con diecimila Lire tolte al primo stipendio stagionale mi sono preso Ok Computer, ma era già il ‘99 ed ero in ritardo di due anni sull’uscita, e tutti o quasi s’erano dati una prima ripulita e di tossici in giro ne bazzicavano decisamente di meno, e l’aria per quanto sempre viziosa fosse, sembrava più respirabile e a quel punto qualcuno di quei negozi aveva già chiuso e qualcun altro era in procinto di farlo.

Come ad esempio Good Music, oppure quello che c’era nella via che scende dal palazzo delle Poste, più sotto dell’angolo dove si metteva la signora che vendeva ciogga e cuccoidi, per inciso mai comprato niente da lei che la materia prima in quel caso ce la procuravamo da soli nelle nostre campagne! Un negozietto era, però aveva ancora i vinili, e dev’essere successo lì dentro che per la prima volta ne ho preso uno in mano. Niente di che, sapevano già di vecchio, di superato, mica avevano il fascino di oggi, stavano nascosti in mezzo alle cassette e ai cd nuovi e luccicanti. Uno dei Metallica lo ricordo nitidamente, facile da memorizzare con tutte quelle croci da cimitero nella cover! E poi loro li conoscevo già, almeno di nome, assieme ai Guns e a Bowie, ai Sabbath e agli Zep’s; li vedevo praticamente ogni giorno nella VHS del Freddie Mercury Tribute, visto che in casa solo i Queen erano degni di essere ascoltati, e infatti quei negozi li visitavamo per cercare materiale loro. Arrivai in ritardo anche a quello, perché Mercury era già stecchito da un annetto buono, e così in ritardo arrivai pure ai Nirvana, che quando a tirare le cuoia era stato Cobain, di anni ne avevo appena 11 e comunque (come accennato pocanzi) tutto ciò che non era Queen per il sottoscritto valeva meno di una merda di vacca!

Niente male come tempistica e niente male anche ritrovarsi a rimpiangere quei tempi che in realtà non avevano niente di eroico, di epico, di romantico ne di memorabile, e anzi erano piuttosto brutti e infatti di pura testimonianza si tratta mica di operazione nostalgia!

 

di Oscar Tremor

“Dancing Days” di Marco Lepori (Catartica Edizioni, Collana In Quiete, settembre 2017).

 

Marco Lepori è nato nel 1983 e vive a Castelsardo. Laureato in Teoria e Tecniche dell’Informazione. Collabora alla creazione degli articoli nel blog satirico “Castelsardo Insider”, firmandosi sotto diversi pseudonimi. “La domenica della cattiva gente” (Catartica Edizioni, ottobre 2018) è il suo primo romanzo.

 

La vittoria dei pastori aprirebbe la strada a una rivolta delle masse sarde

Uno scatto della guerra del latte tratta liberamente da Il Sole 24 ore
di Gianfranco Camboni

Una premessa indispensabile

La direzione del Movimento Pastori Sardi nelle azioni di lotta è sempre in prima fila, mai dietro e i suoi membri parano i colpi dei padroni e dello stato imperialista italiano. Ciò che caratterizza la direzione del MPS è il suo rapporto morale con i pastori e il loro mondo. Questa è la differenza con le burocrazie di Coldiretti etc., etc.

Un euro a litro

I padroni sono ringalluzziti per l’assoluzione dei monopolisti lattiero caseari dall’accusa di pratica commerciale sleale, e per i 250 indagati per le forme di lotta e dei due Decreti Sicurezza.

La responsabile principale del ministero dell’agricoltura è arrivata per sancire la loro “vittoria” : niente 1 euro per un litro di latte. La ministra, ex burocrate sindacale, con il metodo tipico del suo mondo di luogotenenti dei padroni, giustifica il no alla rivendicazione principale dei pastori affermando che si sono fatti ingannare da Salvini che “è venuto qui a garantire il pagamento del latte di un euro al litro, senza dirvi come raggiungere il risultato. Io posso dirvi che non ho mai trovato carte che affermassero questa cosa. Quelli che vi dicono che si può stabilire il prezzo del latte con un decreto, vi prendono in giro”. Questa ex bonza sindacale che ha fatto una carriera politica fino a diventare ministro di un governo prodotto dal parlamentarismo marcio ha manifestato una tracotanza colonialista.

I pastori non si sono fatti ingannare da nessuno tant’è che è aperta la verifica di novembre sul conguaglio, questi erano gli accordi.

I padroni e tutto il ceto politico parlamentare sono isolati socialmente

Alle elezioni regionali di quest’anno su 1.470.401 aventi diritto di voto, solo 790.347 elettori hanno messo la scheda nell’urna. Si vede che hanno raccolto l’invito dei pastori all’astensione. Per il giorno di quelle elezioni la polizia antisommossa fu rafforzata con l’arrivo di due reparti dal continente. Quell’astensione è la manifestazione elementare di opposizione alla politica della classe dominante, alla diseguaglianza economica che crea e al sistema parlamentare marcio.

Fra le masse in Sardegna risorge la coscienza che:

Deghe o doighi familias
S’han partidu sa Sardigna,
De una menera indigna
Si ‘nde sunt fattas pobiddas;
Divididu s’han sas biddas
………..
Però sa presente edade
Lu pensat rimediare”(1)

Le masse in Sardegna sanno che sui circa 350 milioni di litri di latte gran parte sono destinati alla produzione di pecorino romano e che s’importa l’80% di prodotti alimentari; sanno pure che questo dato economico è il prodotto di una dominazione coloniale, dove le materie da quelle della pastorizia a quelle del sottosuolo sono destinate all’esportazione; infine, sanno che i monopolisti lattiero caseari, come tutto il padronato sardo, stanno ai vertici economici e sociali sardi grazie a questo meccanismo coloniale. I fanfaroni hanno scritto molto sulla diversificazione produttiva dei prodotti lattiero caseari, ma hanno sempre nascosto che la condizione per realizzarla è l’abolizione del meccanismo coloniale e l’instaurazione un regime rivoluzionario fondato sull’espropriazione dei capitalisti e banchieri. Questi fanfaroni dimenticano che il movimento dei minatori sardi si è battuto fino ai primi anni ’80 per la verticalizzazione della produzione metallifera, lo sbaglio che fecero fu quello di illudersi sul capitalismo di stato. Per operare quella verticalizzazione e abolire il meccanismo perverso dell’esportazione era necessario un governo dei lavoratori e non come pensavano i minatori di allora che bastasse la forza parlamentare del PCI.

Le masse hanno visto all’opera i privatizzatori dell’industria di stato; vedono il disastro provocato dai modernizzatori dell’agricoltura di stampo UE che distruggono la pastorizia; vedono che a mangiare a quattro ganasce sono sempre e che il ceto politico che si avvicenda, fa solo i loro interessi.

Non c’è più consenso al mondo degli imprenditori e alle loro fesserie sul libero mercato. La favola del crollo del muro di Berlino non incanta più nessuno, svanita la favola si vede una minoranza di ricchi che sfrutta, fa guerre e una massa di poveri e di impoveriti.

Ciò che le masse non sanno

Le masse non sanno che possono vincere. In Sardegna la possibilità di ottenere soddisfazione per le proprie rivendicazioni è stata riposta nell’idea che bastasse fare pressione sul governo centrale e su quello regionale. Idea dura a morire. Dal 2008 a oggi in Europa di lotte ce ne sono state, e in ultimo la rivolta dei gilets jaunes e da noi i pastori. La classe dominante e nessun governo hanno fatto marcia indietro nella loro offensiva. La classe dominante, a causa della bancarotta del capitalismo prodotta dalle sue contraddizioni immanenti, non può e non vuole fare alcuna marcia indietro. La soluzione del rapporto con la classe operaia e salariata e con gli strati della piccola borghesia impoverita avviene attraverso strumenti di stato di polizia. Chi è responsabile di questa non conoscenza? La pseudosinistra che si è data come compito quello di negare la catastrofe capitalista, per occultare ciò che interessa il partito rivoluzionario: la bancarotta provoca crisi di regimi politici, guerre, rivolte e rivoluzioni. Con questo quadro strategico si deve intervenire in ogni lotta, in ogni protesta sociale. Nella situazione attuale per vincere bisogna piegare alla propria volontà padroni e governi e ciò richiede un’organizzazione delle lotte che sul piano dell’efficienza e della sicurezza sia superiore a quelle che ci sono state fino ad oggi. Ciò che va tenuto sempre a mente nell’elaborare un piano di lotte è che la classe dominante è isolata socialmente e che la loro forza -oltre quella delle armi e della corruzione- è l’inadeguata organizzazione e tattica delle masse. Perciò vale il moto di Danton <<de l’audace, encore de l’audace, toujours de l’audace !>>

L’ignoranza della ex bonza sindacale

Quelli che vi dicono che si può stabilire il prezzo del latte con un decreto, vi prendono in giro”. La ex burocrate sindacale non conosce la storia della lotta di classe nella nostra società. Come crede che sia stata ottenuta la giornata lavorativa di 8 ore? Con leggi e decreti. La lotta operaia per la riduzione d’orario di lavoro aveva come obiettivo l’ottenimento di una legge dello stato borghese che limitasse lo sfruttamento capitalistico: «La prima e grande necessità del presente, per liberare il lavoro di questo paese dalla schiavitù capitalista, è la promulgazione di una legge per la quale otto ore devono costituire la giornata lavorativa normale in tutti gli Stati dell’Unione americana» Congresso operaio generale di Baltimora (16 agosto 1866). Il governo della borghesia rivoluzionaria giacobina accolse la rivendicazione dei sanculotti che il governo fissasse e il prezzo del pane e dei generali di prima necessità (il maximum). La ministra non sa che in Sardegna una radicale trasformazione dell’agrozotecnia fu ottenuta con un atto parlamentare, adottato dal governo di allora: la legge “De Marzi- Cipolla” del 1971 che mutò il regime dei contratti d’affitto, tanto da indurre, col passare del tempo, molti proprietari assenteisti a cedere le proprietà a favore dei coltivatori. Invece di fare la tracotante pomposa studi la storia.

I pastori non solo rivendicano un euro a litro ma anche una legge sul prezzo del latte che sottragga la contrattazione al monopolio degli industriali i quali decidono quello che vogliono sulla pelle appunto dei produttori: <<Il regime di monocultura comporta frequentemente un eccesso di produzione. Crisi che i trasformatori scaricano addosso ai pastori dimezzandone il prezzo del latte>>(2). Lo sviluppo rivoluzionario della lotta dei pastori sardo colpirebbe il regime della monocoltura, cioè il rapporto coloniale e a questo punto diventerebbe una lotta generale.

La vittoria dei pastori aprirebbe la strada a una rivolta generale delle masse sarde

 

1)Su patriottu sardu a sos feudatarios

2) MOVIMENTO PASTORI SARDI PROPOSTE SETTORE LATTIERO CASEARIO OVI-CAPRINOTramatza, 25/01/19

Repressione pastori: «chi ci ha denunciato deve sputarsi in faccia»

Gianuario Falchi ospite della famosa trasmissione televisiva “Porta a Porta”

Arriva a 500 il numero dei pastori sardi indagati per le lotte per un giusto prezzo del latte sulle strade dell’isola risalenti allo scorso febbraio. La Nuova Sardegna riposta la notizia che la Procura di Oristano ha aperto tre fascicoli sulle manifestazioni di protesta e specialmente sui blocchi stradali recapitando una valanga di avvisi di garanzia (circa 250 persone, non solo pastori ma anche cittadini solidali con la lotta) che parteciparono alla protesta davanti al Nuraghe Losa, ad Abbasanta (Oristano) l’8 febbraio.

Dato che i blocchi e le mobilitazioni sono state decine si teme che arriveranno moltissimi altri avvisi di garanzia. Altri avvisi sono per esempio in arrivo per un’altra mobilitazione, quella a Marrubiu (Oristano).

Insomma si vuole trattare una mobilitazione sociale di un intero comparto (allargato al malessere e all’insorgenza di un intero popolo) come una mera questione di ordine pubblico, applicando alla lettera fra l’altro le pesantissime sanzioni fortemente volute dagli ultimi ministri degli interni Minniti (PD) e Salvini (Lega).

Un atteggiamento storicamente da porre in parallelo  con quello che lo Stato prima piemontese e poi italiano ha sempre mantenuto nei confronti del malessere delle campagna e dei sardi le cui manifestazioni venivano trattate con lo stato d’assedio, i rastrellamenti e la caccia grossa, oltre che con centinaia di anni di reclusione e perfino con vere e proprie esecuzioni sommarie.

I tempi sono cambiati e anche i metodi lo sono, ma la sostanza è diversa? Oggi non si impiega più la caccia grossa  e l’assedio verso intere comunità, ma la repressione generalizzata attraverso l’indagine per blocco stradale e altri reati correlati appare comunque uno strumento brutale e irrazionale di uno Stato che davanti a rivendicazioni di carattere economico, sociale e persino culturale non ha nulla da dire se non che chi si ribella e chi lotta sarà punito con pugno di ferro.

A tal proposito è da segnalare il commento di Gianuario Falchi (uno dei portavoce della vertenza pastori)  sulla sua pagina fb, in reazione ad una vignetta di Sanna apparsa su La Nuova Sardegna intitolata “Pastori in ansia: si teme la nuova raffica di avvisi“.

La vignetta di GEF Sanna e il titoletto de La Nuova Sardegna che ha scatenato la reazione di Falchi

 

Ansia …….ansia su cazzu
Qui c’è una categoria in attesa di risposte urgenti
Qui c’è una categoria che vuole regole dopo anni di soprusi
Qui c’è una categoria che a Febbraio si è vista costretta a buttare il proprio lavoro
Qui c’è una categoria che ha smosso le coscienze a livello internazionale e che si aspetta il cambiamento a livello regionale.
Non siamo ne politici e ne sindacalisti siamo normalissime persone che vogliono solo ritornare a lavorare tranquilli ,non per irrichirci ma per arrivare a pagare tutto il sistema che ci portiamo dietro.
CHI HA DENUNCIATO NOI PASTORI INVECE DI GUARDARE QUEI VOLTI PER RICONOSCERNE LE GENERALITÀ ,GUARDI QUEI VOLTI PER VEDERNE L’ESPRESSIONE, DOPO DI CHE SI GUARDI ALLO SPECCHIO E SI SPUTI IN FACCIA DA SOLO.
NON SI MOLLA UN CAZZO