La bufala della crisi della RWM

Rilanciamo il comunicato degli attivisti contro la RWM ripreso dalla pagina facebook Campagna Stop Bombe RWM, in cui si mettono in fila alcuni dati, a partire dal fatturato – in aumento nell’ultimo anno – dichiarato dall’azienda nell’ultimo bilancio, che smentiscono in modo evidente la “crisi” di cui hanno parlato diffusamente le principali testate sarde negli ultimi giorni.

RWM mente! Nessuna crisi, secondo l’ultimo bilancio i fatturati sono aumentati nell’ultimo anno nonostante il blocco dell’export.
Apprendiamo dalla stampa che la RWM ancora una volta si dichiara in crisi, nonostante non si siano mai fermate le richieste e i lavori di ampliamento, e anche i bilanci aziendali raccontino una realtà ben diversa.
Già lo scorso anno gli attivisti avevano denunciato la falsa narrazione di un’azienda che da una parte proclamava la crisi, dall’altra si ampliava esponenzialmente nel territorio (si legga: https://www.manifestosardo.org/rwm-senza-controllo-la-falsa-crisi-di-unazienda-in-piena-espansione/)
Alle considerazioni fatte nel dicembre 2019 si aggiungono nuovi elementi che smentiscono la prospettiva di una quanto mai improbabile chiusura, a partire da un dato inequivocabile: secondo l’ultimo bilancio dell’azienda, il fatturato della RWM è cresciuto nonostante il blocco (come si può leggere dalla tabella  nel gruppo social della Campagna Stop Bombe RWM) da oltre 102 milioni di euro nel 2018 a oltre 114 nel 2019.
Questa presunta crisi assume gli aspetti della farsa se si pensa che la scorsa estate (precisamente il 6 agosto 2019, così come emerge dalle visure camerali), proprio mentre si sbandierava la disastrosa “crisi” dovuta al blocco delle esportazioni di bombe e missili verso Arabia Saudita ed Emirati Arabi, RWM Italia acquistava un ramo della Officine Meccaniche Galli Srl: una società in liquidazione, con dei bilanci in perdita nell’ordine dei milioni di euro, con sede a Roma e con uno stabilimento ad Albano Laziale – palesando ulteriormente il fatto di essere ben lontana dalla crisi, dato che contestualmente acquisiva nuove imprese.
Siamo ancora una volta davanti ad un’azienda che, in un territorio subalterno come quello sardo, sfrutta la popolazione locale per operare pressioni politiche sulle istituzioni.
Un processo tutto a profitto degli azionisti multinazionali che investono i loro capitali nelle industrie belliche: da una parte, lauti dividendi, da un’altra, ricatto occupazionale, da un’altra ancora, la guerra che devasta i popoli.

Michelangelo Pira e l’Identità negata.

Di Francesco Casula

Oggi su Telecostasmeralda (ore 20.30) alla fine della trasmissione Logos de Logu a cura di Enrico Putzolu parlerò – sempre rigorosamente in lingua sarda – del grande antropologo e intellettuale sardo-bittese Michelangelo Pira (Mialinu de Crapinu) e del suo capolavoro “La Rivolta dell’oggetto”. Ecco in sintesi il suo significato.

Il primo giorno di scuola, in prima elementare, dal maestro “un bambino si sentì dire che il suo nome e il suo cognome non erano quelli che credeva di sapere fin dalla nascita e con i quali fino a quel momento era stato «chiamato» da tutti”.
Quel bambino, – che poi è lo scrittore stesso – che per tutti era sempre stato fino ad allora, Mialinu de Crapinu: per la famiglia come per la comunità ma soprattutto per se stesso; a scuola, nella scuola “ufficiale”, dello Stato, si sente nominare Pira Michelangelo.
Di qui la sua identità culturale e linguistica lacerata e mutilata. Scissa e fessurata.
Materia per i labirintici scritti pirandelliani?
O per la poesia di Rimbaud, “Je est un autre”?
No, oltre, addia. Qualcosa di più grave e drammatico.
L’Identità di Mialinu de Crapinu è stata semplicemente azzerata. Nullificata. Repressa.
Ad iniziare dalla sua identità linguistica.
Una costante nella storia sarda, la proibizione e repressione del sardo: a suon di bacchettate nella scuola.
E a suon di bocciature. Ricordo che una trentina di anni fa, in San Pantaleo (una frazione di Olbia) due bambini (prima e terza elementare) furono bocciati perché “il loro lessico era influenzato dal dialetto”(motivazione testuale riportata nelle pagelle).
Una “proibizione” e “criminalizzazione” che viene da lontano.
Carlo Baudi di Vesme nell’opera “Considerazioni politiche ed economiche sulla Sardegna”, commissionata dal re Carlo Alberto tra l’ottobre e il novembre 1847, scrive che era severamente proibito l’uso del dialetto (sic!) sardo e si prescriveva quello della lingua italiana anche per incivilire alquanto quella nazione!
Ovvero la lingua sarda da estirpare in quanto espressione di inciviltà da superare e trascendere con la lingua italiana!
Mialinu de Crapinu, da tutti così chiamato, riconosciuto e istituito come soggetto – scrive Pira – si sente trattare dal maestro dello Stato come alunno oggetto. Reificato. Fatto cosa.
“Faticò non poco – scrive ancora Pira – a riconoscersi e a restituirsi come soggetto”.
I sardi continuano a faticare.
Ma per “restituirsi” come soggetti da oggetti che sono, devono “rivoltarsi”. Ribellarsi.
Operando un radicale “rovesciamento”.
La rivolta dell’oggetto, appunto.

C’è chi manifesta per la sanità pubblica contro se stesso

di Carlo Mura

Il 15 Luglio 2020 presso l’ospedale “Giovanni Paolo II” di Olbia c’è stata una manifestazione di solidarietà promossa e organizzata, si legge nel comunicato che è stato diffuso il giorno prima (sui social) e il giorno stesso su alcune testate giornalistiche, da un movimento spontaneo non politico e non sindacale di dipendenti ospedalieri e dalle associazioni di pazienti.

Il giorno prima (13/07) il Sindaco di Olbia Settimo Nizzi, in un consiglio comunale convocato per discutere dell’emergenza sanitaria, ha dichiarato quanto segue “dobbiamo stare tutti insieme, dobbiamo essere uniti nei fatti. Non dobbiamo farci la guerra. Tutto il territorio deve rimanere unito. Non dobbiamo dividerci le risorse tra di noi ma noi tutti abbiamo bisogno di più risorse e non di dividercele”. Nella stessa occasione il primo cittadino di Olbia ha annunciato un presidio permanente di fronte all’ospedale Giovanni Paolo II di Olbia.

Torniamo alla manifestazione del 15 (nella modalità del flash mob) tenutasi di fronte all’ospedale e di fronte al Consiglio Comunale (presente il vicesindaco Michele Fiori, il presidente del consiglio comunale Giampiero Mura, Mariantonietta Cossu ed altri).

Nel comunicato  degli appartenenti al movimento si leggeva che ci si dava appuntamento di fronte ai “tre presidi ospedalieri galluresi per dare un segnale alla Regione sul continuo impoverimento di risorse umane nella Assl Olbia”.

Il tempismo dell’organizzazione, in meno di 24 ore, del flash mob di fronte ai presidi e dunque anche all’amministrazione Comunale di fronte all’ospedale di Olbia, è stato sorprendente.

Molti medici, personale ospedaliero e cittadini non erano a conoscenza di chi avesse organizzato la manifestazione ma vi hanno partecipato per protestare contro i tagli alla sanità pubblica a favore di quella privata (vedasi ad esempio il Mater Olbia), che ha portato: alla carenza di personale e al conseguente blocco delle sale operatorie; al fatto che venga chiesto ai pochi medici presenti ad Olbia (che già fanno turni massacranti spesso con carenza di materiale indispensabile) di coprire le carenze di personale in altri centri ospedalieri della Gallura (Tempio e La Maddalena); alla chiusura di ambulatori per carenza di personale (es. pediatri).

Una volta cominciato il presidio si è compreso che, sebbene il comunicato fosse vago sul punto, era stato Pietro Spano (ex consigliere PD, presidente dell’Associazione Diabete Gallura e dirigente della Rete Sarda Diabete) a guidare e condurre il flash mob.

La cosa che in tanti non hanno certo gradito (pazienti, personale medico e cittadini presenti per difendere il diritto ad una salute pubblica), è stato il fatto che non si è attribuita le responsabilità per la situazione in cui ci si trova alla classe politica (al di là del colore) che in questi anni ha continuato a foraggiare la sanità privata con finanziamenti pubblici, depotenziare centri ospedalieri di eccellenza e boicottare (o manifestare cecità) nei confronti di cittadini e movimenti che da anni si battono per il diritto ad una salute pubblica per tutti.

Anche a Tempio c’è stato un presidio e a La Maddalena in molti non sapevano da chi fosse stato organizzato. La distanza degli organizzatori di questo flash mob dagli stessi operatori medico sanitari era dunque palese.

Solinas ha le sue enormi responsabilità, ma la politica messa in atto dalla precedente amministrazione (PD), e dall’attuale (FI) ad esempio ad Olbia, sono sempre state di assoluta cecità nei confronti della drammatica situazione degli ospedali del personale medico che ora è allo stremo.

La speranza è che in questa situazione gli operatori ospedalieri (pazienti e cittadini) vedano oltre il “colpevole” individuato da politici in campagna elettorale (Presidente Regionale Solinas), ma si chiedano chi li ha nei fatti difesi e appoggiati in questi anni, scendendo in piazza anche per loro e per difendere  il diritto ad una sanità Pubblica e gratuita per tutti.

Podemos sparisce in Galizia e crolla nella Comunità Basca. Cresce l’indipendentismo

di Marco Santopadre
Regionali: Podemos sparisce in Galizia e crolla nella Comunità Basca
Il dato che unifica i risultati delle elezioni regionali tenutesi due giorni fa in due comunità autonome del Regno di Spagna – la Galizia e la Comunità Autonoma Basca – è sicuramente il pessimo risultato della coalizione tra Podemos, Izquierda Unida e alcune sigle locali.
L’esperienza di governo avviata a livello statale da Iglesias con il Psoe di Pedro Sanchez non solo ha causato alcune rotture interne e vari abbandoni – in Catalogna di settori vicini all’indipendentismo e a livello statale della corrente Anticapitalistas, quella più a sinistra – ma ha anche provocato un tonfo elettorale senza precedenti del movimento viola, evidenziando una crisi che a questo punto appare di natura strutturale e non più congiunturale.
Si tratta ovviamente di un voto amministrativo e per di più in due territori animati da una storica rivendicazione di autodeterminazione, ma sono diversi i campanelli di allarme che impensieriscono ora la direzione di Podemos.
Salta agli occhi, proiettando i risultati a livello statale, che i due grandi partiti – Ciudadanos a destra e Podemos a sinistra – nati dalla crisi del sistema politico provocata dalle mobilitazioni e dallo scontento popolare causato dalle politiche di austerity e dalla corruzione dal 2008 in poi si sono ampiamente consumati. Il sistema politico sembra tendere all’equilibrio precedente, con la polarizzazione PP-PSOE a livello statale (pur con l’ingombrante presenza a destra dei neofranchisti di Vox) e il rafforzamento delle formazioni indipendentiste e autonomiste.
Veniamo ai dati.
In Galizia il voto ha confermato lo strapotere della destra nazionalista spagnola e dell’uomo forte locale del Partito Popolare, Alberto Núñez Feijóo, che per la quarta volta consecutiva ottiene la maggioranza assoluta con il 48,42% e 41 seggi sui 75 totali (nel 2016 stesso numero di seggi e 47,08%). Forte del risultato, Feijóo tenterà ora la scalata alla leadership statale del PP lanciando la sfida al segretario generale Pablo Casado.
Nella regione a nord del Portogallo si afferma con uno storico exploit il Blocco Nazionalista Galiziano, che da 6 seggi passa addirittura a 19, ottenendo il 24,02% (dall’8,24). La sinistra indipendentista e popolare galiziana guidata dalla giovane – e dichiaratamente femminista – Ana Pontòn scalza completamente Podemos e i suoi alleati locali, uniti nella sigla “Galicia en Común – Anova Mareas”, che non sono andati oltre il 3.97% e rimangono fuori dall’assemblea regionale (nel 2016 En Marea aveva conquistato il 18,88% e 14 seggi). Superati dal BNG anche i socialisti del PSdeG-PSOE che con il 119,56% conquistano 15 seggi, uno in più del 2016 (dal 17,69%). Il magro risultato di Vox (il 2.05%) non ha consentito all’estrema destra di conquistare seggi in un territorio dove del resto il Partito Popolare ha tratti di destra radicale ma anche clientelare. Il rapporto tra il PP e Vox è oggetto di scontro tra Feijóo e Casado: il secondo punterebbe a un’alleanza, il primo preferisce mettere in atto un misto di ostracismo e sussunzione che non conceda spazio alla formazione politica di ultradestra.
Anche nella Comunità Autonoma Basca rimangono sostanzialmente inalterati gli equilibri politici generali, ma se in Galizia il PP ha confermato tutta la sua forza nella porzione territorialmente maggioritaria del Paese Basco sono i regionalisti/nazionalisti del PNV a consolidare la propria egemonia.
I centristi guidati da Iñigo Urkullu sono passati da 28 a 31 seggi pur perdendo circa 50 mila voti, affermandosi con il 39,13% dei voti dal 37,2% di quattro anni fa.
Nel campo avverso si afferma la coalizione di centrosinistra/sinistra indipendentista di EH Bildu – anche in questo caso guidata da una donna, Maddalen Iriarte – che passa da 18 a 22 seggi con il 27,85% (aveva il 21.04%) e un incremento consistente dei voti.
Come in Galizia, anche in questo caso l’exploit abertzale prosciuga la sezione locale di Podemos, che passa da 11 a 6 seggi e si ferma all’8,04% (dal 14.7 del 2016). I socialisti rimangono stabili e aggiungono un seggio ai 9 che avevano conquistato alle elezioni del 2016, passando dall’11.81 al 13,65% mentre la coalizione tra il Partito Popolare e la sempre più inconsistente Ciudadanos crolla da 9 a 5 seggi prendendo solo il 6,75% (12.08% nel 2016). Festeggiano invece i fascisti di Vox che con solo l’1.96% entrano per la prima volta nell’emiciclo regionale. Da notare che nei seggi della CAV dove hanno votato i membri della Guardia Civil di stanza nella “comunità ribelle” le percentuali dell’estrema destra oscillano dal 5 all’11%, ben oltre il dato medio…
Nella CAV si è registrata una forte crescita dell’astensione che passa dal 37,56% del 2016 al 47,14% di ieri, prodotto del timore di una parte dell’elettorato per il rischio di contagio, che aveva del resto provocato un rinvio di alcuni mesi delle consultazioni – la vigilia è stata contrassegnata anche dalla polemica nei confronti della decisione delle autorità locali di non permettere ai cittadini positivi al Coronavirus di poter esercitare il proprio diritto di voto – ma anche da un crescente disinteresse per la politica. In Galizia invece si è registrata una maggiore partecipazione al voto rispetto alla volta scorsa, con una diminuzione dell’astensione dal 46.37% al 41,12% di ieri e lunghe code durante le prime ore del mattino in alcuni seggi.
Mentre in Galizia la destra nazionalista spagnola potrà continuare a governare da sola grazie alla comoda maggioranza assoluta conquistata dal PP, nella CAV è molto probabile la riedizione del patto di governo tra PNV e socialisti che esce rafforzata dalle urne ottenendo quattro seggi in più rispetto al 2016. Il PNV che esce vincitore dalle consultazioni di ieri nonostante alcuni scandali per corruzione e lo scontento provocato in alcuni comuni, è una formazione che negli ultimi anni ha rafforzato il proprio profilo regionalista abbandonando le suggestioni indipendentiste dell’era Ibarretxe, e che pur contraddistinto da una proposta debolmente riformista sul piano economico-sociale ha gradualmente spostato a destra il proprio discorso politico.
EH Bildu è riuscita invece, incentrando la campagna sui temi sociali piuttosto che su una proposta di rottura indipendentista, ad attirare nuovi consensi in fuga, compresi alcuni di quelli in fuga da Podemos e in alcuni casi anche dal PNV.

L’occidente che santifica i dittatori. L’esempio di Ataturk

Contro Erdoğan per santificare Ataturk?

di Francesco Casula

Giusta doverosa e sacrosanta l’indignazione e la protesta contro Erdoğan per aver “islamizzato” Santa Sofia, monumento simbolo di Istanbul che da Museo ridiventa Moschea, sottraendolo alla fruizione universale.
Mi sarebbe piaciuto che la stessa forte denuncia e condanna, in primis l’Europa e l’Occidente, l’avessero rivolta sempre contro il Califfo Erdoğan, despota e boia: quando arrestava i leader del Partito Democratico dei Popoli (HDP), un importante partito filo-curdo di sinistra e insieme a loro altri i 10 parlamentari turchi. Quando faceva assassinare giornalisti scomodi. Quando di fatto metteva fuori legge l’intera opposizione, di fatto instaurando un regime ultrautoritario e di polizia.
Invece a parte flebili voci di condanna, l’Europa ha continuato a sostenere e finanziare simile tiranno e lo vorrebbe addirittura nella UE.
Non solo: nel denunciare la scelta di Erdoğan, molti hanno voluto evocare Ataturk, pomposamente chiamato padre dello Stato turco.
E così molta opinione pubblica “codina” si è così “accodata” (insieme a giornalisti e politici nostrani) a certa storiografia occidentalista e persino “progressista”, che domina in Italia e nei libri scolastici. Secondo questa Ataturk, il più famigerato persecutore e massacratore del popolo kurdo viene celebrato in modo entusiastico come “autorevole Giovane Turco”, “valoroso ufficiale”, “ammodernatore” del Paese che grazie a lui diventerebbe “laico” e “democratico”.

Ecco – ma sono solo degli esempi – alcune “perle”. Secondo questi storici Ataturk “Fece propria la concezione modernistica e laicizzante”(1); “Lottò per l’indipendenza e la democrazia” (2); “Avanzò un notevole programma di riforme: tutte le religioni furono poste sullo stesso piano, si promulgarono nuovi codici, furono occidentalizzati il calendario e l’alfabeto, si abrogarono le tradizionali restrizioni cui erano soggette le donne. Fu promossa l’agricoltura, incentivata l’industria, vennero effettuate molte opere pubbliche” (3); “Fece varare una serie di riforme quali la fine dell’islamismo come religione ufficiale dello Stato, la laicizzazione dell’insegnamento, la promulgazione di nuovi codici, l’abolizione della poligamia, l’adozione dell’alfabeto latino”(4); “Avviò una vasta modernizzazione del sistema politico e dell’intera società ispirandosi ai modelli occidentali” (5); “Creò uno Stato moderno e laico” (6); “Si impegnò in una politica di occidentalizzazione e di laicizzazione dello Stato. L’esperimento riuscì solo in parte, ma ebbe il valore di un modello (sic!) per molti paesi impegnati sulla via della modernizzazione e dell’emancipazione dai vincoli coloniali” (7); “Potè attuare quelle grandi opere di rinnovamento interno che avrebbero trasformato un arretrato paese islamico in uno Stato laico, moderno e indipendente” (8); “Impose una serie di riforme che occidentalizzarono e laicizzarono lo stato e la società, fu introdotto l’alfabeto latino, fu adottato il calendario occidentale” (9).

A quest’entusiasmo occidentalizzante ed eurocentrico, osannante il Giovane Turco, xenofobo e precursore delle leggi razziste contro i Kurdi, massacratore degli stessi e della Comunità armena, secondo il criterio della “pulizia etnica” non sfugge neppure l’Unesco, organismo delle Nazioni Unite che ha il compito di proteggere e sviluppare le varie culture e le lingue del mondo, soprattutto nel campo dell’istruzione. Il 27 Ottobre del 1978 questo Organismo internazionale ha infatti deciso di celebrare il centesimo anniversario della nascita di Kemal Ataturk considerandolo come “Pioniere della lotta contro il colonialismo”. Nella decisione dell’Unesco si legge che il merito di Ataturk è stato quello di aver svegliato i popoli oppressi per condurli verso la libertà e l’indipendenza. Dio ci liberi da questo benemerito Organismo internazionale. C’è infatti da chiedersi: ma di quale libertà e di quale indipendenza, parla l’Unesco? Di quella forse che la Turchia anche con Ataturk ha riservato ai Kurdi?

Note Bibliografiche
1).Franco Della Peruta, Storia del ‘900, Editore Le Monnier, Firenze 1991, pag.344.
2).Giovanni De Luna-Marco Meriggi- Antonella Tarpino, Codice Storia, vol.3, Il Novecento, editore Paravia, Milano 2000, pag. 107.
3) Antonio Desideri- Mario Themelly, Storia e storiografia, vol.3 secondo tomo, casa editrice D’Anna, Messina-Firenze, Gennaio 1992,pag.593.
4) G. Gracco-A.Prandi- F. Traniello, Le nazioni d’Europa e il mondo, vol.3, Sei editore, Torino 1992, pag. 385.
5)Mario Matteini-Roberto Barducci, Didascalica, Storia vol.3, Casa editrice D’Anna, Messina-Firenze, Gennaio 1997, pag. 44.
6) Aurelio Lepre, La Storia del ‘900, vol.3, Zanichelli editore, Bologna 1999, pag. 1115, paragrafo 51/2.
7) A. Giardina-G. Sabbatucci- V. Vidotto, Guida alla storia, Dal Novecento ad oggi, vol.3, Editori Laterza, Bari 2001, pag. 94.
8) A. Brancati- T. Pagliarani, Il Novecento, Editrice La Nuova Italia, Pesaro 1999, pag. 66.
9) Giorgio Candeloro-Vito Lo Curto, Mille Anni, vol.3, editore D’Anna, Firenze 1992, pag. 389.

Turismo in caduta libera. Solo colpa del Covid19?

Di Daniela Piras

I dati riguardanti l’andamento del settore turistico in Sardegna, sono allarmanti: «secondo un’indagine realizzata da Giacomo del Chiappa, docente di Marketing del Dipartimento di Scienze Economiche e Aziendali dell’Università di Sassari, nel mese di giugno il fatturato del comparto vacanziero sardo ha fatto registrare addirittura un -95% rispetto al 2019. Lo studio si è basato su un campione di 360 strutture ricettive dell’Isola, tra hotel ed extra alberghiero. I turisti che hanno prenotato sono per lo più italiani: il 75%, di cui il 22% sardi.» è [Fonte: unionesarda.it, 10 luglio].

Qualche settimana fa, il giorno 9 giugno, una campagna lanciata dal movimento Caminera Noa, invitava i cittadini sardi a salvare la Sardegna, con queste parole: «Invitiamo chi non ha avuto ripercussioni economiche a causa della crisi a scegliere i viaggi in Sardegna, per scoprire luoghi poco battuti, strutture che non sfruttano il territorio e i lavoratori e le lavoratrici. Noi lo faremo. Quest’anno resteremo in Sardegna anche se ci fosse la possibilità di andare fuori. Quest’anno sceglieremo di aiutare i commercianti, gli albergatori, i ristoratori, gli operatori del turismo e della cultura, di respirare e rispettare il nostro territorio.»

In merito a questa proposta, ho inviato al movimento una proposta di integrazione con alcune considerazioni, qui riportate:

«Quest’anno, sia per motivi economici che per cautela, ci saranno molti più sardi che faranno le vacanze in Sardegna. Sviando il luogo comune secondo cui “chi vive in Sardegna è sempre in vacanza”, vorrei suggerire di proporre ad albergatori e ai cosiddetti “host” (coloro che gestiscono privatamente la locazione, anche giornaliera, dei propri appartamenti o di porzioni di case condivise, solitamente tramite i siti di airbnb  e booking), di calmierare i prezzi, e creare una sorta di “consorzio online” in cui chi voglia approfittare dei mesi seguenti per scoprire luoghi poco battuti dal turismo di massa – nello specifico nel territorio interno dell’isola – possa avere la possibilità di costruirsi un pacchetto vacanza su misura senza rimetterci un occhio della testa. La proposta può essere intesa anche in maniera bonariamente provocatoria: una sorta di appello all’essere “ospitali tra noi”. Ospitali mettendo in pratica una reale solidarietà tra vacanzieri e gestori di strutture ricettive. La Sardegna non è solo mare, e in questo periodo sarebbe logico cercare di riscoprire i luoghi più “nascosti” o comunque meno conosciuti; luoghi dove è difficile creare assembramenti: montagne, vallate, piccolissimi centri… Faccio tre esempi: La valle del basso Coghinas (Santa Maria Coghinas, Perfugas); la zona montuosa delle Barbagie: Tonara, Belvì, Aritzo; l’altipiano del Sarcidano: Laconi, Isili, Genoni. Avete mai provato a vedere quanto costa in media un pernottamento in camera doppia in certi piccoli comuni? Non sono cifre molto diverse da quelle che si pagano in una grande città, anzi: solitamente sono molto più alte. I motivi sono diversi, e non è questione da affrontare in questa sede, ma in diversi casi si parla di cifre davvero proibitive.

Sarebbe bello provare a realizzare una catena circolare di solidarietà: partire dall’idea che chi ha la possibilità di fare una vacanza scelga di restare in Sardegna per arrivare a ricevere una solidarietà anche da chi affitta le strutture. Una sorta di consorzio che venga incontro anche a chi ha subito gli effetti di questa emergenza sanitaria. In due parole: va bene dare ma a volte è anche giusto ricevere. Io scelgo di andare a Belvì, luogo non proprio “battuto turisticamente” ma ho l’ambizione di venire trattato con un occhio di riguardo, proprio come vengono trattati gli ospiti “continentali” e/o stranieri che scelgono di visitare certe zone. Io, da sarda, voglio andare incontro agli albergatori e gli albergatori, da sardi, dovrebbero venire incontro a me. Come? Proponendo dei prezzi che possano essere sostenibili da una persona che, per esempio, in questo momento di crisi si è vista quasi annullare la capacità di reddito. Il concetto è complesso, e andrebbe affrontato con attenzione; dato che non stiamo parlando di un bene essenziale sarebbe facile cadere in errore. In poche parole, qualcuno potrebbe obiettare: «se non puoi fare le vacanze, non farle. Perché dovrei “svendere” il mio appartamento affittandolo a meno?»

È un discorso che va ben oltre il periodo estivo e la situazione generata dal Covid19, ma possiamo provare a trarne qualcosa di buono:

Far conoscere la Sardegna, invitando a visitare i numerosi monumenti naturali disseminati in zone sconosciute ai più, a scoprire parchi e percorsi alternativi al solito “giro della costa”.

Smuovere quello che potrebbe essere un innesco per varie attività delle zone “secondarie” (intendendo quelle lontano dal mare), perché a rimetterci (nel senso di vedere poche persone in giro) sono tutti gli operatori della zona rimasta in ombra: bar, ristoranti, market ecc.

Questo è il ragionamento generale. Potremo provare a impostare una sorta di invito da diffondere tramite una e-mail, alle strutture alberghiere, proponendo di promuovere il loro hotel o il loro appartamento, e di conseguenza il loro territorio, all’interno di un consorzio turistico che potrebbe vantarsi di seguire un’etica di solidarietà reciproca all’insegna del “Ospitali da sardi a sardi”. (Ovviamente i prezzi dovranno essere gli stessi, sia per turisti isolani che non).»

L’idea era piuttosto ambiziosa, questo è vero, ma non è con le idee innovative e di rottura che si possono smuovere le cose? Ci si concentra sempre sul turismo come se fosse qualcosa che interessa soltanto a chi arriva da fuori, ma ci si scorda che la Sardegna è abitata. È abitata da persone che avrebbero anche il piacere e l’interesse di girarla e di conoscerla meglio, ma che non se lo possono permettere, perché i prezzi sono “a misura di turista del Nord Italia e/o turista straniero”.

E se i prezzi che offrono alcune strutture vanno oltre ogni logica del buon senso, in un periodo come questo, ma anche in periodi normali, dovremmo farci qualche domanda, tutti.

Se le cifre medie richieste per un pernottamento in camera doppia (non sempre compreso di colazione o di bagno ad uso esclusivo) si aggirano sui 65/70 euro, fino ad arrivare a prezzi folli, come per esempio (il costo si riferisce a una notte, per una persona):

Casa Luisa su Booking!  http://www.booking.com/Share-MMDZzgL

La casa del viaggiatore su Booking!  http://www.booking.com/Share-gJkGKX

Pinnetta Sarda su Booking!  http://www.booking.com/Share-1u4XsCl

qualcosa vorrà pur significare.

La responsabilità del crollo delle prenotazioni, qui, è da condividere. Non solo da attribuire alla gestione politica confusionaria rispetto alla posizione da prendere in merito alla norma da applicare all’ingressi di porti e aeroporti: penso a quanti, durante il balletto con al centro la richiesta del Passaporto sanitario da parte del presidente Solinas, hanno preferito rimanere all’interno dello stivale per non sobbarcarsi spese ulteriori – per fare un esempio – ma anche a chi offre servizi e alloggi, anche se lo fa solo per ottenere un ingresso extra.

Pazienti:prima numeri, ora auto(mi) parcheggiati!

Daniela Piras per il gruppo “Esposto” di Donne Libere in Lotta per il Diritto alla Salute- Feminas in Luta pro su Deretu a sa Salude

La situazione all’ospedale di Sassari, nello stabile di via Monte Grappa, può essere riassunta in due parole, in questi giorni: 1) Parcheggio sotterraneo adibito a sala d’aspetto. 2) Locale di passaggio per evitare assembramenti. Verrebbe da ridere se non fosse vero.

Nel comunicato ufficiale della AOU datato 4 luglio 2020 si può leggere «Sarà aperto da lunedì 6 luglio il nuovo ingresso al Palazzo Rosa per l’utenza che deve effettuare esami di laboratorio o sottoporsi a visita specialistica. L’accesso al Palazzo Rosa avverrà dal cancello all’incrocio tra via Monte Grappa e via Padre Manzella.

In questa area di accesso è stata realizzata una sala d’attesa con un nuovo sistema di illuminazione, sono stati posizionati un totem che consente di ritirare il tagliando elimina code…»*

L’area di accesso con il nuovo sistema d’illuminazione, dove è stata realizzata la sala, è costituita niente di meno che dal parcheggio mai utilizzato. Dopo questa notizia, si sollevano immediatamente le contestazioni, specie nelle piazze del 2020 – i Social – e la consigliera Laura Useri (consigliere comunale M5S di Sassari), chiarisce che si tratta di una soluzione dettata dal bisogno di spazi e, sulla polemica riguardante il fatto che il garage in questione non è mai stato utilizzato per mancanza dell’attestato di agibilità afferma: «Riguardo l’agibilità degli spazi non ci sono dubbi, infatti il fatto che non siano aperti alle auto come da originale destinazione è legato ad autorizzazioni e requisiti stringenti a cui non sono stati ancora adeguati (ma solo per essere destinati a parcheggio). Il transito delle persone non comporta alcun pericolo.»

Nessun pericolo, quindi. Ma che ne è della dignità del malato? Può essere considerato dignitoso sostare come un’auto in un garage sotterraneo, da parte di una persona anziana, per esempio? Davvero non si potevano trovare altre soluzioni che prendessero in considerazione anche la componente UMANA dei pazienti?

Nuovo ingresso con dei punti d’appoggio. Sala d’attesa. Le parole generano confusione, a cui si cerca di rimediare, sempre con le parole.

Quindi, i pazienti (e pazienti più che mai dovranno essere, vista la situazione), non solo si vedono rimandare importanti visite di controllo, non solo si trovano a chiamare interminatamente numeri a cui non risponde nessuno, ad aspettare strategici passaggi di linee tramite il centralino che spesso cadono nell’oblio, trasformandosi in “tuuu tuuu” morenti, non solo si ritrovano a lottare per ottenere quello che dovrebbe essere il diritto primario di tutti – la salute – ma ci si ritrova (tutti!) a farlo sbattendo la testa contro un sistema che gestisce malattie e persone come se fossero numeri. Il passo successivo è ora quello di essere considerati auto? Un luogo costruito per accogliere mezzi meccanici può avere la stessa ospitalità e lo stesso comfort a cui ambiscono, e di cui hanno bisogno, gli essere umani? Specie se malati, in attesa di cure. Specie se bisognosi di cure e di calore. Specie se persone, non numeri.

Da un numero si parte, ed è il 1533. Il fantomatico numero del CUP, i cui funzionari segnano meticolosamente nell’agenda a loro disposizione appuntamenti e codici di prenotazione. Ma il 1533 è solo l’inizio: appuntamenti che non possono venire fissati per i più svariati motivi, che si possono racchiudere in uno: cattiva gestione, amministrazione non adeguata per ciò che riguarda l’erogazione di prestazioni mediche professionali.

Ma piuttosto che cercare di risolvere problematiche e carenze che si protraggono da anni, ecco che viene in soccorso il “motivo Covid19”. Un’operatrice del CUP, verso metà giugno, mi dice che non può prenotare il controllo relativo all’esame del Pap-test  perché “non ha date disponibili”. Alla mia risposta, in cui faccio presente che sono già in ritardo di mesi per effettuare questo controllo, mi sento rispondere “Non l’abbiamo voluto noi il Covid19”. Il Covid19 impedisce di fissare le visite periodiche di controllo? In Sardegna?… In Sardegna, ad oggi, non si registrano nuovi focolai e, nel resto d’Italia, la situazione nella sanità è ben diversa. Porto la mia esperienza diretta. Venerdì 3 luglio avevo appuntamento al CTO di Torino (regione tra le più colpite dall’epidemia nelle scorse settimane). Tutto appare funzionale. Si entra direttamente nello stabile e, dopo essersi fatti misurare la temperatura e compilato un’autocertificazione dove, in sintesi, si dichiara di non avere sintomi influenzali preoccupanti, si accede alla saletta dell’accettazione. Poche persone sostano nella sala, sedute sulle seggiole disponibili per metà, ma nessuno è costretto a stare in piedi. Tutto è già stato prenotato precedentemente. Dopo il pagamento del ticket si sale direttamente nel reparto e si entra in base all’appuntamento fissato. Va da sé che non ci sono file né possibilità di assembrarsi, né necessità di disporre di un sotterraneo come sala d’aspetto. Nella situazione attuale non si dovrebbe aspettare, semplicemente, perché il solo fatto di aspettare va contro ciò che il buon senso denota. Dopo aver effettuato la visita, e la relativa prestazione, in pochi minuti sono invitata a rivestirmi e ad abbandonare la sala: è il turno del prossimo paziente. Esco dall’ospedale e mi siedo su una panchina poco distante dallo stabile. L’assembramento è annullato dall’organizzazione e dalla logica. Dalla puntualità di chi opera. Dall’anticipo con il quale sono stati fissati gli appuntamenti e le visite di controllo. Eppure, il Covid19 in Piemonte ha avuto ben altri numeri di contagiati rispetto alla Sardegna.

Mi viene da pensare una cosetta semplice semplice che, guarda caso, è collegata proprio al fatto che io, dalla provincia di Sassari, vada a risolvere i miei problemi di salute in Piemonte: in Sardegna i problemi della sanità esistono ben prima l’insorgere del famigerato Covid19…ed esistono per colpa di una gestione a dir poco catastrofica della sanità pubblica. Quella gestione che ti porta a sbattere il cordless per terra, in preda alla crisi isterica generata dalle continue attese, dai continui sballottamenti per riuscire a parlare con quello o con quell’altro medico, dal logoramento del sistema nervoso provocato da maleducati operatori non identificati (e non identificabili) che si permettono di dire a un’utente che chiede di ripetere le indicazioni, appena sentite in velocità, sulla dicitura da far inserire dal proprio medico di base, in modo da poterle scrivere su un post-it «Ma lei, signora, crede che io abbia tutta la mattina da passare al telefono con lei?» o, ancora, lo snervamento che sale piano piano fino a degenerare in scatti d’ira quando si cerca in qualche modo di parlare o di fissare un appuntamento con il cardiologo che deve rinnovare un piano terapeutico a un anziano padre, portatore di peacemaker, e ci si sente rispondere «Non lo so, signora, non so cosa dirle, prima il dott. XXX era qui, ora non so, sarà in sala operatoria; ascolti, provi a venire qui, si sistemi in corridoio: se è fortunata lo vedrà passare. Appuntamento? No no, non posso fissarle un appuntamento per conto del dott. XXX, gli appuntamenti li dà solo lui. Come, scusi? Come fa a parlare con lui? Glielo ho detto, provi a venire in reparto». Con una situazione pregressa di tale portata non ci voleva certo un luminare della Scienza a capire che l’arrivo di un virus sconosciuto facesse rotolare nel fango un ingranaggio già arrugginito. Non tutti muoiono per colpa del Covid. Non tutto ciò che non funziona è a causa del Covid.

Sarebbe bastato considerare i disagi e le richieste inevase dei tanti “pazienti” e delle tante “pazienti”, per rendersi conto di dove si stava arrivando.

Testimonianze:

F.S. “Buongiorno sto sempre chiamando il policlinico, non risponde nessuno vorrei conferire con il cardiologo. Al centralino non risponde nessuno.”

F.F. “Se avessero impiegato la testa per risolvere il vero problema, non staremo a parlare di posteggi o di sale d’attesa… il problema non è dove mettere le persone ad aspettare… il problema è non farle aspettare. Il problema urgente da risolvere è la riapertura degli ambulatori con un sistema efficiente di prenotazione e di visita, le code si snelliscono solo in quel modo… se possono garantire solo poche visite al giorno, cosa ci fanno centinaia di persone?”

“Riesci a prenotare solo via mail… per telefono non rispondono. E anche per mail perdi le speranze perché la risposta arriva dopo tre giorni… abbandonati.”

M.S. “Sembra che ancora non si possa prenotare… tutto è ancora chiuso e dal CUP nessuno risponde. Perché non sbloccano? E perché se vado sul privato a pagamento c’è la possibilità?”

F.F. “Ho saltato tutti i controlli… mammografia, ecoTV, moc… oltre che i controlli in pneumologia per l’asma…”

M. “Un amico con patologia pneumologica severa, deve fare la spirometria al più presto, prescritta dallo pneumologo in ospedale, ma non è possibile farla! Sembra una barzelletta!”

X. “Ad Alghero non fanno entrare e,quando chiami per avere un’informazione su parenti ricoverati, o non rispondono o si scocciano.”

No, questa situazione non è colpa del Covid. Troppo facile cercare un capro espiatorio dopo avere mandato al collasso un intero sistema sanitario.

*Articolo completo leggibile cliccando sul link: https://www.aousassari.it/index.php?xsl=7&s=70220&v=2&c=2847

Quando i sardi lottarono e morirono per l’indipendenza

 

 

di Francesco Casula

SA BATALLA DE SEDDORI (Niente da celebrare ma da ricordare e studiare)

Domani 30 giugno ricorre il 611° anniversario di Sa Batalla di Sanluri: forse la data più infausta dell’intera storia della Sardegna perché segnò l’inizio della fine della indipendenza e della libertà dei Sardi e della Sardegna. Una fine comunque tutt’altro che scontata ed ineluttabile. Infatti con l’ultimo Marchese di Oristano, Leonardo d’Alagon, (dal 1470 al 1478) sarà ancora scossa e attraversata da momenti di dissenso e di ribellioni nei confronti dei catalano-aragonesi, culminati in opposizione armata prima con la battaglia di Uras (1470) e infine con la sfortunata e definitiva sconfitta di Macomer (1478).
Una data infausta insieme al 238 a.C. che segnò l’inizio dell’occupazione e del brutale dominio romano; al 1297, quando il papa Bonifacio VII, con la Bolla Licentia invadendi, infeudò del regno di Sardegna e Corsica, appositamente e arbitrariamente inventato, Giacomo II d’Aragona, invitandolo di fatto a invadere e occupare militarmente le Isole, cosa che puntualmente avverrà, almeno per la Sardegna; al 1820, quando furono emanati gli Editti delle Chiudende, che posero fine al millenario uso comunitario delle terre da parte di tutto il popolo, usurpate dai nuovi proprietari, in un ciclonico turbinio di inaudite illegalità, sopraffazioni e violenze; al 1847, quando con la Fusione perfetta, la Sardegna fu privata del suo Parlamento.
Il 30 giugno 1409 infatti presso Sanluri, si scontrarono l’esercito siculo-catalano-aragonese, guidato da Martino il giovane, Re di Sicilia e Infante di Aragona, e l’esercito sardo-giudicale, al comando di Guglielmo III visconte di Narbona, ultimo giudice-re del Giudicato d’Arborea, che fu battuto e disfatto in quella atroce battaglia. Finiva così la sovranità e l’indipendenza nazionale della Sardegna che, dopo cruente battaglie i Sardi-Arborensi, prima con Mariano IV e poi con la figlia Eleonora, erano riusciti ad affermare, prevalendo sui Catalano-Aragonesi e dunque riuscendo di fatto a ottenere il controllo su tutto il territorio sardo e coronando in tal modo il sogno, di unificare l’intera nazione sarda.

Il regno d’Arborea infatti dal 1392 al 1409 comprenderà l’intera Isola, eccezion fatta per Castel di Cagliari e di Alghero: Isola governata e gestita sulla base di quella moderna e avanzata Costituzione che fu la Carta de Logu, che promulgata dalla stessa regina Eleonora, rimase in vigore per ben 435 anni, fino al 1827, quando entrò in vigore il Codice feliciano.
Ma ritorniamo alla battaglia di Sanluri: lo scontro finale cominciò all’alba di domenica 30 Giugno del 1409, (al alva de Domingo del mes de Junio: così infatti scrive negli Anales della Corona d’Aragona lo storico aragonese Geronimo Zurita); quando l’esercito siculo-catalano-aragonese, lasciato l’accampamento cominciò ad avanzare ordinatamente (con horden) fino a un miglio a sud est di Sanluri (Sent Luri).

Davanti stava Pietro Torrelles (en la avanguardia Pedro de Torrellas), il capitano generale, con mille militi e quattromila soldati (con mil hombres de armas, y quatro mil soldados), mentre il re Martino il Giovane, più indietro guidava la cavalleria e il resto formava la retroguardia. A loro si contrapponeva, sbucando improvvisamente da dietro un poggio, appena a Oriente di Sanluri e chiamato ancora oggi Bruncu de sa Batalla, l’esercito giudicale comandato dal re arborense Guglielmo di Narbona-Bas con i fanti e i cavalieri (con toda la gente de cavallo, y de pie), nascosti dietro una collina. Quanto durò esattamente la battaglia non ci è dato di sapere, Geronimo Zurita parla genericamente di “por buen espacio”.
Certamente fu dura e accanita. E, purtroppo, perdente per i Sardi. La tattica degli Aragonesi infatti, il cui esercito assunse una formazione a cuneo, sfondò il fronte delle forze sardo-arborensi che investite al centro, fu diviso in due tronconi. La parte sinistra si divise a sua volta in due parti: la prima ripiegò a Sanluri dove trovò rifugio nel borgo fortificato e nel castello di Eleonora; le mura però non resistettero all’assalto e le forze aragonesi irruppero massacrando a fil di spada gran parte della popolazione civile, senza distinzione di sesso e di età, mentre 300 donne furono fatte prigioniere. La seconda parte, guidata dal re Guglielmo III, si rifugiò nel castello di Monreale, a poche miglia di distanza, senza che gli Aragonesi riuscissero a inseguirli. Così: “el Vizconde con los que escaparon huiendo de la batalla, al castillo de Monreal” si salvò.

Morirono invece sul campo ben cinquemila Sardi (y murieron en el campo hasta cinco mil) mentre quattromila furono catturati: sempre secondo i dati di fonte storica aragonese e dunque da prendere prudentemente, cum grano salis. Di contro solo pochissimi nobili iberici persero la vita ((Murieron en esta batalla de la Parte del Rey muy pocos, y los mas senalados fueron, el vizconde de Orta, don Pedro Galceran de Pinos, y mossen Ivan de Vilacausa). Le fonti aragonesi non riportano alcun dato sui soldati semplici: evidentemente contano poco o, niente.
La località, una collinetta subito dopo il bivio “Villa Santa” guardando verso Furtei, dove avvenne una vera e propria strage conserva ancora oggi, in lingua sarda, un nome sinistro e tristo: Su occidroxiu. Ovvero il mattatoio: dove insieme a migliaia di sardi fu “macellata” non solo la sovranità e l’indipendenza nazionale della Sardegna ma la stessa libertà dei Sardi.

Ci sarebbe, a fronte di tutto ciò, da chiedersi cosa ci sia da “celebrare” in occasione della ricorrenza del 30 Giugno, segnatamente a Sanluri, come da anni avviene. Da celebrare niente. Molto invece da rievocare per conoscere la nostra storia: nelle sconfitte come nelle vittorie. Per conoscere il nostro passato, per troppo tempo sepolto, nascosto e rimosso: dissotterrandolo. Perché diventi fatto nuovo che interroga l’esperienza del tempo attuale, per affrontare il presente nella sua drammatica attualità, per definire un orizzonte di senso, per situarci e per abitare, aperti al suo respiro, il mondo, lottando contro il tempo della dimenticanza e della smemoratezza.

Proite unu populu chi non connoschet s’istoria sua, su tempus colau, non tenet ne oje nen cras.

La sanità deve essere pubblica e di qualità: sabato manifestazione

La sanità deve essere pubblica e di qualità: sabato manifestazione
 
Sabato riprende la lotta per la sanità pubblica contro la macelleria della giunta Pigliaru e le regalie ai privati e la mala gestione del duo Solinas-Nieddu.
 
A promuovere è la Piattaforma che ha già affrontato diverse aspetti sociali e politici della questione sarda.
 
Di seguito il comunicato che chiama la mobilitazione di sabato 27, a Cagliari, in via Roma, sotto il palazzo della Regione Autonoma, alle ore 10:00:

 

METTIAMO AL CENTRO LA SALUTE, NON IL PROFITTO. LA SANITÀ NON È UN’AZIENDA

La gestione dell’emergenza sanitaria in Sardegna è stata disastrosa.
Di fronte a una media nazionale di contagio tra operatori e operatrici della sanità del 10%, già grave rispetto a quella riscontrata in Cina (3,8%), in Sardegna fra tutti i contagiati almeno il 30% sono operatori sanitari con picchi iniziali del 60% a marzo e punte sino al 90% nella provincia di Sassari.

CI PUÒ STARE
Così rispose l’assessore alla Sanità Nieddu quando i giornalisti gli chiesero conto dei contagiati tra gli operatori socio sanitari nel pieno della pandemia.
Quella risposta è stata ed è l’emblema dell’inadeguatezza, del disinteresse e del cinismo dimostrato dalla giunta regionale nella gestione della crisi.
In Sardegna quasi tutti i contagiati sul posto di lavoro sono operatori socio sanitari. Si contavano, al 31 maggio, 1.356 malati. Dai dati INAIL, sempre al 31 maggio, su 457 denunce da infortunio sul lavoro da Covid-19, 417 riguardavano lavoratori della sanità (medici, infermieri, operatori socio sanitari).
Un grande senso di abbandono è stato sperimentato da moltissime persone durante l’emergenza Covid-19: dai malati, al personale sanitario, ai familiari. Se, per fronteggiare l’emergenza, si fossero adottati preventivamente protocolli di prevenzione si sarebbe potuto evitare il disastro che è successo a Sassari, con gli ospedali che sono diventati focolai di contagio.
I sanitari, oltre a trovarsi a operare con Dispositivi di Protezione Individuale (DPI) assolutamente inidonei e insufficienti, non hanno potuto esprimere la loro preoccupazione per l’incolumità propria e della comunità in quanto gli è stato impedito qualsiasi dissenso e comunicazione con la stampa.
Oltre alla carenza di DPI, ad oggi non sono stati ancora eseguiti i tamponi e i test sierologici a tutto il personale che presta la propria attività nelle diverse realtà del Servizio Sanitario Regionale.
E gli anziani? Le Case di Riposo e le RSA sono state lasciate da sole nella gestione della salute degli ospiti, persone ad altissimo rischio di contagio e decesso.
Mentre il sistema sanitario lesinava dispositivi di protezione al proprio personale, la giunta si dimostrava molto generosa con gli operatori privati, offrendo contratti molto vantaggiosi alle cliniche scelte per fronteggiare l’emergenza, andando a promuovere ben tre strutture private (il Mater Olbia, il Policlinico Sassarese, la Clinica Città di Quartu) a ospedali Covid-19. Cliniche inadeguate al compito assegnato, per le quali sono state accettate le tariffe imposte dal privato, senza alcuna valutazione, perché non c’era il tempo per l’istruttoria e alle quali è stato concesso un finanziamento “vuoto per pieno”, ovvero il pagamento dei posti letto a disposizione anche quando non utilizzati.
La Regione ha preferito spendere in strutture private – aziende legate al profitto sovvenzionate ampiamente con soldi sottratti alla sanità pubblica – piuttosto che potenziare le strutture pubbliche, le uniche idonee a gestire l’emergenza e l’urgenza per la specifica preparazione dei suoi operatori e per la dotazione di spazi e attrezzature dedicate alla rianimazione. Perché durante la crisi la sanità privata ha continuato a lavorare, mentre la sanità pubblica è stata bloccata? Il motivo lo conosciamo bene: la salute è considerata una merce e non un diritto. E ancora una volta, solo chi aveva disponibilità economica ha potuto continuare a fare prevenzione e curarsi.
Chi non si è ammalato di Covid-19 si è visto comunque negare visite e controlli ospedalieri legati ad altre malattie, anche ai fini della sola prevenzione, rischiando di andare incontro a gravi patologie che possono essere evitate con la giusta profilassi e di morire. Ad oggi, si stima che non siano state effettuate circa 1,2 milioni di visite specialistiche. Nonostante l’assessorato abbia annunciato la ripresa delle attività ambulatoriali, nella realtà i cittadini lamentano ritardi e la mancanza di risposte certe da parte degli addetti alle prenotazioni.
Sarà difficile, se non impossibile, far fronte all’arretrato se la Regione non investirà risorse nell’immediato per il potenziamento dei servizi sanitari, a partire dall’assunzione di personale.
Sono venuti a mancare i servizi essenziali. Il centro dialisi di Dorgali è ancora chiuso, costringendo i pazienti a recarsi in strutture lontane. Nell’Alta Marmilla i servizi sanitari sono sospesi da mesi. E situazioni similari si riscontrano in tante parti della Sardegna.

Tutto questo è inaccettabile. Il diritto alla salute è un diritto fondamentale dell’individuo e della collettività.

Vogliamo, perciò, il riavvio effettivo del servizio sanitario pubblico e migliorare la sanità nelle carceri.
Vogliamo che nella riorganizzazione del servizio sanitario sardo si smetta di foraggiare la sanità privata e si investa nella sanità pubblica.
Vogliamo la riapertura e l’ammodernamento strutturale, tecnologico e strumentale degli ospedali e degli ambulatori, l’assistenza e le cure devono essere garantite in ambienti idonei e a norma. E’ necessario ridare dignità ai pazienti oncologici, aprire un apposito Pronto Soccorso e delineare una rete territoriale per diagnosi e cure.
Vogliamo la riapertura dei centri di salute mentale che, ben prima della pandemia, sono stati chiusi a discapito dei cittadini, in nome di un presunto contenimento dei costi.
Vogliamo lo screening dei tamponi faringei e dei test sierologici per tutti gli operatori sanitari, per il personale esterno (addetti alle pulizie, vigilanza, fornitori, etc.), per i pazienti che devono fare terapie in day hospital, ricovero giornaliero e controlli ambulatoriali programmati o d’urgenza e per tutte le persone a rischio.
Vogliamo che tutti i cittadini affetti dalle diverse patologie (diabetologiche, cardiologiche, nefrologiche, ecc. ecc.) siano messi nelle condizioni di curarsi adeguatamente con servizi sanitari potenziati territorialmente e che, nel momento in cui le strutture pubbliche non sono in grado di prestare un servizio in tempo utile, la prestazione privata venga rimborsata dal servizio sanitario pubblico, come già succede in altre regioni.
Ben prima della crisi del Covid-19, la situazione negli ospedali e ambulatori della Sardegna era drammatica, con un carico di lavoro enorme sulle spalle del personale a causa di organici sottodimensionati e contratti capestro.
Vogliamo che gli operatori sanitari e assistenziali siano tutelati, che vengano adeguati i salari e le indennità, che venga assunto nuovo personale, che siano internalizzati i servizi dati in appalto e che tutti i lavoratori siano messi in condizione di operare al meglio per il benessere della comunità.
Vogliamo, infine, che l’assessore si assuma la responsabilità della gestione catastrofica dell’emergenza e si dimetta.
L’unica cosa che CI PUÒ STARE è una sanità pubblica che risponda ai bisogni di tutti.

Ci vediamo sabato 27 ore 10:00 sotto il Consiglio Regionale in via Roma 25 a Cagliari!
Saranno rispettate le distanze di sicurezza. Vi chiediamo di venire munit* di mascherina!

Potere al Popolo – Sardegna
Caminera Noa
Partito Rifondazione Comunista – Sardegna
USB Unione Sindacale di Base – Sardegna

#SardinianLivesMatter: i sardi sono bianchi?

di Carlo Manca

Un equivoco

I fatti recenti hanno portano il mondo a fare una riflessione sulla questione dei neri nord-americani che continuano a subire vessazioni che storicamente non hanno mai smesso di subire. L’uccisione di Floyd ha rappresentato l’emblema della violenza razzista della polizia nord-americana, che ancora una volta si è macchiata di un altro assassinio, e da lì in poi si sono scatenate le azioni violente da parte dei neri nord-americani che hanno ripreso a mettere in discussione, semmai si fossero fermati, il paradigma della società capitalista ed il paradigma di un razzismo più o meno soffice di cui la società nord-americana è intrisa.

Lo slogan #blacklivesmatter non è certo nuovo, giacché circolava già da anni e non è raro che si sia parlato di tale tema nel mainstream, ed ogni volta incontrava, oltre al classico razzismo manifesto e al classico colonialismo esplicito, il suo nemico più subdolo #alllivesmatter. Subdolo perché ovviamente non c’è dubbio che tutte le vite contino, ma che, volendo specificare che non siano solamente quelle nere a contare, appare come una precisazione non richiesta che porterebbe a concludere che i neri che protestano abbiano sbagliato il bersaglio della critica. E invece non è così: #blacklivesmatter esattamente perché tutte le vite contano e perché, fino a prova contraria, l’Uomo bianco è attualmente un privilegiato attorno al quale gira la vita moderna e in base al quale si decide cosa sia degno di essere considerato cultura, cosa sia degno di essere considerato universale, cosa sia degno di essere considerato desiderabile per sentirsi delle persone riuscite. Insomma, il colonialismo è mimetizzato nella quotidianità della vita occidentale, sia in quella nord-americana che in quella europea, cioè nella vita quotidiana dell’Uomo bianco. Se tutte le vite contano, ma quelle dei neri sembrano di serie B, allora è giusto dire che le vite dei neri contino, che abbiano un valore, che non siano in blocco né schiavi, né servi, né animali da compagnia, né carne da macello, né tante altre cose che la cultura colonialista nel corso della Storia ha deciso per i neri.

E così, la protesta dei neri nord-americani ha valicato l’oceano ed ha fatto in modo che tutte le persone solidali con tale protesta si accodassero ai contenuti di fondo: denunciare pubblicamente e protestare contro la cultura razzista e contro quella colonialista, di cui il razzismo è un dispositivo atto a giustificare la violenza e la prevaricazione sulla persona altrui. La violazione della dignità umana passa attraverso la narrazione di cui il colonialismo ha bisogno: è giusto non avere rispetto di tale gruppo X di persone, perché queste persone hanno, per natura e non per scelta, determinate caratteristiche deprecabili e immutabili, e pertanto noi siamo giustificati ad agire violentemente nei loro confronti perché noi siamo il gruppo Y e agiamo anche nel bene di tale gruppo X, che dovrà rinunciare alla propria identità, alla propria lingua, alla propria dignità, alla propria libertà, per avere le briciole della facoltà di stare al mondo, facoltà di cui noi siamo gli arbitri. Vero è che, finché questo discorso colonialista sta in piedi, e cioè finché cambiano solo gli equilibri di potere senza che però si superi il paradigma colonialista che porta con sé il razzismo, si sarà sempre i “negri” di qualcun altro.

La lotta per i simboli è innanzitutto una lotta fra modelli concorrenti di società. I simboli non sono né pura estetica e né memoria storica priva di senso. Floyd è diventato l’emblema, quindi un simbolo, della discriminazione razziale attuata dalla società bianca nord-americana e declinata nel pratico soprattutto dalla polizia che sa di avere il coltello dalla parte del manico. Le statue raffiguranti i colonizzatori delle Americhe, quando non di schiavisti e di altre canaglie del passato, non vengono abbattute o vandalizzate per il gusto di farlo, bensì perché sono rappresentazioni insopportabili ed inconcepibili in un modello di società che avanza e che porta con sé un punto di vista etico diametralmente opposto a quella società che invece prevedeva lo schiavismo o un razzismo palese in cui ogni cittadino bianco poteva fare la pelle a un nero impunemente. Relativizzare i modelli di società è fattibile solo quando non si cade nell’errore di considerare egualmente validi anche quelli che contemplano il colonialismo, sui popoli e sui corpi altrui (da cui il sessismo), ed il razzismo funzionale che lo accompagna. Possiamo affermare che l’esperimento sia riuscito se, ogni volta che si abbatte una determinata rappresentazione del colonialismo, lo scontro torna ad essere sui contenuti e non sull’estetica di tali rappresentazioni: si parla nuovamente di politica, di filosofia, di Storia, di antropologia perché ci si scontra sul modello di società che deve affermarsi, mettendo in contrapposizione chi propone un’etica basata sui presupposti universali dell’egualitarismo, di giustizia, di solidarietà e di autodeterminazione e chi invece giustifica le nefandezze di questo o quel personaggio storico, o magari sfoderando la carta della contestualizzazione storica laddove invece c’è di fondo un’affinità ideologica, e magari facendosi aiutare nella trattazione da quegli utili idioti che vorrebbero dare a bere agli altri che quelle rappresentazioni siano dei beni culturali da dover preservare in funzione di una memoria storica superpartes. La memoria storica è possibile anche a prescindere dall’esposizione di raffigurazioni di personaggi dalla dubbia portata, di cui certamente non avremmo bisogno se vogliamo affermare una società più etica che non intende trovarsi in mezzo ai piedi le facce di bronzo del colonialista Tizio, dello schiavista Caio, del lenone Sempronio. La memoria storica non è mai fine a sé stessa ed è possibile perfino con altre modalità: o si mantiene la statua lì dov’è, ma si appende una targa in cui si raccontano le “disavventure” dell’antieroe; oppure si aggiunge nei pressi immediati una statua a rappresentare le vittime di tale personaggio raffigurato; oppure si spostano le statue in un museo, che è il luogo deputato alla memoria storica in cui le opere d’arte perdono gran parte di quella dimensione pubblica-politica, ma sono spettacolarizzate per rappresentare un passato che non c’è e non ci può essere più: è per questo che nei musei troviamo armature medievali, sarcofagi egizi, vasi etruschi, statue greche, busti romani, lanterne puniche, pugnali e bronzetti shardana.

Sulla scia della vandalizzazione o dell’abbattimento delle statue dei colonialisti, anche in Europa si è colta la palla al balzo per tornare sui discorsi avviati già da tempo che sono rimasti come i carboni ardenti sotto la cenere. In Sardegna è percepita una “Questione Sarda” almeno da quando si è percepita l’alterità del colonizzatore: tralasciando adesso il rapporto fra Sardegna e l’esterno nel Medioevo, nell’Età Moderna parliamo del rapporto con la Spagna e poi col Piemonte, che successivamente sarà il rapporto con l’Italia unita. In Sardegna la colonizzazione ha avuto delle modalità affini a quelle avvenute in Africa o nell’America Ispanica, fatta eccezione per lo schiavismo che non ha avuto esito perché la compravendita di schiavi non era già prevista dall’ordinamento giuridico sardo e quindi non poteva prestarsi al traffico di esseri umani col colonialista europeo. Sbalorditivamente, molti sardi non riescono a concepire sé stessi se non come persone nate sotto una cattiva stella e se non come degli eterni colonizzati che hanno come caratteristica quella di riuscire ad accettare di buon grado ogni nuovo colonizzatore. Per capire la Sardegna ed il rapporto con lo Stato coloniale nella sua dimensione storica, è molto più utile leggere la letteratura ispanoamericana dalle origini ad oggi, piuttosto che quella prodotta per la fruizione in un mercato italiano e scritta da italiani di Sardegna (e non da sardi), i quali intendevano descrivere l’isola esattamente come il lettore italiano medio si aspettava che dell’isola si parlasse, cioè in maniera orientalista, arcaica, fiabesca, misteriosa, bizzarra, biasimevole, dannata. La descrizione di sé stessi a misura di occhio alieno ha avuto per i sardi la conseguenza nefasta dell’identificazione in quella narrazione di sé: “io sono ciò che penso che tu mi abbia chiesto di essere”.

E quindi, sempre a proposito della scia di vandalizzazione o di distruzione, si è messa in discussione la legittimità della rappresentazione dei tiranni che tanti danni hanno recato alla Sardegna. I Savoia hanno fatto la loro parte nella stessa maniera in cui ogni Stato occupante ci ha messo del proprio per depredare la Sardegna, con la sola differenza che attualmente sia quasi impossibile trovare rappresentazioni glorificanti del passaggio di questi ultimi. Avere nelle piazze sarde le statue dei regnanti di casa Savoia, non è tanto diverso dal trovarsi statue di eroi sudisti in una qualunque città nord-americana con una grossa componente di popolazione nera – che poi non sarebbe legittimo nemmeno se la città nord-americana qualunque fosse a maggioranza bianca, giacché non aveva senso né prima e né adesso l’approvazione morale delle caratteristiche del contesto antropologico di metà ‘800. Avere vie dedicate ai Savoia nei centri abitati sardi non è tanto diverso dal dedicare vie ai regnanti spagnoli in una città qualunque del Venezuela o del Nicaragua. Avere vie dedicate agli amministratori della Sardegna per conto dei Savoia, e per questo trovare inconcepibile una tale vessazione da parte della amministrazione locale che evidentemente agisce pensando italiano, non è tanto diverso dal trovare inaccettabile che in una qualsiasi città congolese ci possano essere vie dedicate ai funzionari di Re Leopoldo II del Belgio.

Si addicono le critiche allo slogan #alllivesmatter anche a #sardinianlivesmatter?

Mentre #alllivesmatter è una distrazione dal discorso centrale, in cui tale slogan si pone come sostitutivo di #blacklivesmatter quasi come a voler specificare che anche l’Uomo bianco possa essere discriminato e che pertanto perfino la sua vita valga (cosa che nessuno ma proprio nessuno negherebbe mai né a parole e né a fatti), lo slogan made in Sardinia si pone contemporaneamente come slogan di affiancamento e di proseguimento di #blacklivesmatter declinato nel contesto sardo. Possiamo certamente affermare che ci sia una convergenza sulle finalità del movimento per l’emancipazione dei neri del nord America e di quello per l’emancipazione del popolo sardo, e che certamente entrambe possano riconoscersi in una concezione secondo cui tutte le vite contano (e a questo punto azzarderei che sarebbe perfino estremamente coerente convergere con la prospettiva antispecista), tranne quelle volte in cui è il maschio bianco normodotato cisgender eterosessuale borghese a riempirsene la bocca per voler apparire come vittima di qualcuno e dichiararsi oppresso per aver perso la propria centralità normativa, per non poter più esercitare il proprio privilegio e per fare così del vittimismo a buon mercato. Con il #sardinianlivesmatter nessuno mette in discussione le rivendicazioni dei neri del nord America, ma anzi, si vuole supportare tale rivendicazione che si riverbera anche nella periferia d’Europa e si vuole estendere il ragionamento, senza pretesti di sorta che portino ad un sottile boicottaggio come succede per #alllivesmatter, alla condizione storica dei sardi che hanno sofferto e continuano a soffrire dei pregiudizi razziali in funzione della colonizzazione marchiata Italia, e che hanno perso la propria identità e che hanno difficoltà ad esercitare qualsiasi forma di autogoverno, dall’autonomia ad un orizzonte di indipendenza. L’assunto secondo cui tutte le vite contino, ha senso solo quando la sua comparsa nel discorso non sia un pretesto per annacquare nell’immediato la rivendicazione emancipatoria del popolo nero del nord America; in altre parole, l’orizzonte in cui si muove #blacklivesmatter è quello secondo cui tutte le vite contino, ma lo si ribadisce perché evidentemente non pare così tanto chiaro al maschio bianco normodotato cisgender eterosessuale borghese di cui sopra. Che poi è lo stesso meccanismo di quando, in Sardegna, chi vorrebbe esercitare il diritto all’autogoverno, viene sommerso dalla retorica unionista e dalle accuse di provincialismo perché “tutti gli italiani contano, e se voi fate l’indipendenza, allora perfino il mio condominio vorrà la sua indipendenza!”; tradotto: con le vostre rivendicazioni da sardignoli noi ci asciughiamo i piedi e voi continuerete a non esistere, perché in fondo siamo tutti italiani, ma voi in ogni caso rimarrete italiani di serie B.

Date le circostanze storiche e politiche, dovremmo iniziare a chiederci quanto i sardi possano considerare sé stessi come bianchi, come persone che, a parte aver guadagnato delle garanzie democratiche di certo importanti che sono state estese quasi a chiunque nell’Europa attuale, non possano considerare sé stesse come parte di una colonia interna in Italia, come persone che hanno dovuto rinunciare quasi completamente alla propria espressione dei caratteri popolari attraverso una serie di minacce e di stigmi sociali, come persone che hanno diritto ai suddetti caratteri popolari ma solo attraverso una musealizzazione dei costumi (ad esempio le sfilate di abiti tradizionali come La Cavalcata a Sassari ed i balli nelle televisioni regionali) e una cristallizzazione dei propri saperi pratici che non devono evolversi, al fine di essere progressivamente persi in una maniera artificiale percepita però come “naturale” e dovuta ai tempi che cambiano. I pregiudizi disprezzanti sui sardi si sprecano, così come è vero che si sprecano per i meridionali d’Italia e per qualsiasi altra comunità straniera presente sia in Sardegna che in Italia, e sono tutti pregiudizi che sono figli di una concezione monolitica dello Stato, fondamentalmente ancora colonialista, che stigmatizza tutte le lingue che stanno sotto l’unica considerata degna di essere imparata, che si attribuisce la storia dei popoli che per lui sono funzionali a raccontare dei precedenti illustri della propria entità statale (l’Italia attuale non è in continuità con Roma Antica, ad esempio, malgrado la retorica nazionalista che per anni abbia voluto spingere questo racconto), e ammette nella composizione della propria cultura di Stato solo poche identità locali funzionali a riprodurre l’idea composita che vuole dare di sé all’esterno (Italia: pizza, cannolo, lasagna, carbonara, mandolino, brava gente, Colosseo, gondole, Vesuvio, Torre di Pisa) e spegnere le istanze centrifughe, come ad esempio è stata l’operazione che ha istituito nuovamente la Brigata Sassari dopo decine d’anni d’inattività. Se la Brigata Sassari fosse stato veramente un corpo militare sardo, innanzitutto avrebbe forse – e dico “forse” – avuto una considerazione diversa del patrimonio naturalistico ed archeologico sardo e poi non avrebbe speso così tante energie per costruire la propria immagine, spesso in modo caricaturale, e non sarebbe stata concepita come il corrispettivo interno degli ascari: “sardi” che si assoldano come bassa forza con l’Italia, nella stessa maniera in cui eritrei e libici si arruolavano come mercenari per l’Italia, ma sempre con quadri provenienti da fuori e non a caso ogni tanto sparano qualche perla di antropologia fai-da-te sul sistema culturale dei sardi e sulla loro presunta indole a delinquere o incestuosa. Per le suddette ragioni, ripeto, c’è da chiedersi quanto i sardi siano effettivamente bianchi.

Allora diremmo che, se è vero che le vite dei neri contano, non possiamo rifiutare di riconoscere che perfino le vite dei sardi contino, perché dopotutto anche i sardi sono neri o, quantomeno, non sono bianchi.